IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Una duchessa nella vigna

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duchessa nella vigna

di Maurizio Mazzotta

«Raccontami di Pinuccia, nonno.»

Si voltarono, per fare ritorno alla masseria, e indugiarono un attimo a contemplarla: caseggiati e archi, pieni e vuoti coi colori semplici della calce e delle ombre.

«In tutte le stagioni, e di giorno e di sera, era piena di gente.»

Il nonno fece un ampio cerchio in aria col bastone per comprendere l’area che abbracciava la casa padronale, col piano terra e il primo piano, le case dei contadini, coi magazzini e le stalle, e il cortile nel mezzo.

Il cortile affascinava Marco perché restituiva la dimensione del villaggio al visitatore che arrivava alle “Torri” penetrando la campagna, e che entrava alla masseria passando sotto la casa o che si affacciava dalle finestre del primo piano, che davano sugli uliveti, e ne traeva sgomento: non vi scorgeva presenze umane e quegli alberi e quegli spazi, le distanze tra gli ulivi che si ripetevano all’infinito specie al tramonto, sembravano negare l’operosità dell’uomo e quindi la sua presenza manipolatrice. Ma appena il visitatore si volgeva all’interno ecco la rassicurante percezione del villaggio, un aggregato di case e di individui di cui si avvertiva la vita per i lievi rumori che descrivevano cene essenziali, per i richiami alti e pure discreti. Così il visitatore si rasserenava convinto che la soddisfazione dei suoi bisogni più profondi dipendeva solo da lui, che avrebbe potuto scegliere tra la natura vergine e pensosa e il comunicare le cose che contano con gente che si muove curandosi poco del tempo.

«Sembrava una festa perenne anche quando si lavorava a pieno ritmo. Venivamo però solo d’estate, come fai tu che vieni a stare con noi. Mio padre e tutta la famiglia preferivano vivere a Nùvoli. Suoni, colori e figure in movimento eccitavano la mia fantasia. Ero capace di immergermi in ciò che mi circondava pur rimanendone distaccato a contemplare e isolavo un particolare, me ne impadronivo e lo assorbivo. Così un giorno di Pasqua fui colpito da un viso insolito, i capelli neri e la carnagione chiara di una bambina.»

Il vecchio non dava l’impressione di scavare affannandosi tra memorie lontane. Aveva cominciato a narrare quegli eventi così lontani sollevando dentro di sé una piccola nube, quella sabbia leggera che gli anni accumulano nella mente, quando la mente mantiene il suo vigore. Così il ricordo, annebbiati i contorni inutili o fastidiosi, risalta più semplice e puro.                                                   

«Conoscevo tutti i bambini e i ragazzi della masseria, e conoscevo anche Pinuccia, che però un giorno mi apparve come estranea e insieme familiare, come se fosse rinnovata. Era agghindata per la festa, ma con un vestito povero che tuttavia mi fece subito immaginare come sarebbe apparsa con un vestito di quelli che indossava in certe occasioni mia sorella.»

Il nonno si voltò verso il nipote: «Sì, la zia Rosaria, che vestiva come una duchessa. Pinuccia (il vecchio accennò a un gesto col capo come a dire “invece”, ed era una constatazione un tantino amara) era figlia di Tore. C’erano tre famiglie di contadini alle Torri. Puoi immaginare quanti bambini, ragazzi, giovani! Pinuccia apparteneva a una di queste tre famiglie, quella di Tore e sua moglie, che avevano altri tre figli, tutti scuri di carnagione e di capelli, al cui confronto Pinuccia, la penultima, di dodici anni, sembrava quasi bionda tanto i suoi colori, dei capelli, degli occhi e dell’incarnato erano attenuati. Tra tutti i bambini risultava la più delicata e il suo viso era un ovale perfetto.

Qualche giorno dopo in collegio ebbi un’improvvisa, acuta nostalgia della masseria e di quel particolare che avevo colto la domenica di Pasqua. Cominciai a rappresentarmi Pinuccia avvolta da trine e merletti, un’ampia gonna e le scarpette che spuntano. Il desiderio di vederla realmente diventò così prepotente che cominciai a pensare alla sua realizzazione e studiai un piano per coprire spazi e tempi e risolvere problemi: in sostanza dovevo recarmi da Lecce a Nùvoli, prendere di nascosto qualche vestito di Rosaria, andare alla masseria, sorprendere Pinuccia, convincerla a un gioco tutto nostro e segreto.»

Fece una lunga pausa. Raccoglieva dalla memoria quei fili sottili che avvolgono i fatti, anzi li intessono e danno un senso al ricordo. Erano le sensazioni, le emozioni, gli spunti di idee che aveva avuto in conseguenza di ciò che aveva rilevato dell’evento e dei suoi particolari più sfumati. E questi fili si modificavano, la trama degli accadimenti si ristrutturava nel momento in cui gli tornavano alla memoria: alcuni di questi fili si spezzavano e gli eventi si dissolvevano, altri si rafforzavano, altri si agganciavano a nuovi aspetti dello stesso fatto; insomma l’avvenimento si modificava, si trasformava, diventava come voleva che fosse, inconsapevolmente. Il nonno stava creando il suo ricordo, trasformando ciò che era accaduto nel suo remoto passato.

«Scappai da Lecce assai prima dell’alba e dopo un’ora di cammino incappai nell’ignara complicità di un venditore ambulante che si recava in campagna col suo carro. Mi dette un passaggio e arrivai con fortuna a Nùvoli nell’ora ideale in cui mio padre, mattiniero, apriva il portone del magazzino, quello secondario nella strada laterale. Il magazzino, come sai, offre immense possibilità di penetrazione occulta fin nel cuore della casa. Così io arrivai fin nella stanza di Rosaria. Mi muovevo come un fringuello nella camera di mia sorella, né mi preoccupavo che si svegliasse. Il mio pensiero era di scegliere il vestito più bello. Carico di ogni cosa, me ne tornai   attraverso le segrete fin sulla strada che rasentava il palazzo e da quella, scegliendo accuratamente i vicoli, attraversai il paese e raggiunsi la campagna. Evitai la strada maestra per “Le Torri” e ci arrivai per sentieri e carraie. Quando giunsi alla masseria era giorno e mi nascosi tra le vigne. Aspettavo il momento favorevole perché fosse solo Pinuccia ad accorgersi di me. Quei minuti, che forse furono tanti, li ricordo come il risveglio dell’angoscia: tutto poteva essere stato inutile, se Pinuccia non si accorgeva di me, se Pinuccia si fosse rifiutata, se mi avessero scoperto… E invece uscì dalla porta di casa sua insieme al più piccolo dei fratelli, e mi fu facile farmi notare e chiamarla, e lei venne.»

Il vecchio guardò Marco in modo tale che il ragazzo capì che gli stava ponendo un problema, ne raccoglieva i dati per presentarglielo in modo che la ricerca della soluzione fosse meno faticosa.

«Ci deve essere qualcosa che noi trasmettiamo e con qualche particolare linguaggio per cui l’altro capisce tutto di quello che vogliamo comunicargli prima ancora che noi apriamo bocca. Ma penso che questo qualcosa sia anche dentro chi si accinge ad ascoltarci. Insomma forse perché ero nascosto lei seppe che non dovevo trovarmi alla masseria, e poi perché chiamavo lei in quel modo seppe che volevo metterla a parte di un segreto. Ma io ebbi proprio l’impressione che lei sapesse già del gioco che volevo proporle.

La vigna ci inghiottì. Andammo per mano verso una straordinaria avventura da consumare nelle stalle dei cavalli che a quell’ora erano vuote. Forse i bambini non hanno bisogno di spiegazioni, hanno capacità intuitive, ci superano di gran lunga. Ricordo che non dicemmo nemmeno una parola. Lei si vestì e io nell’aiutarla le accarezzai più volte senza volerlo le spalle. Me ne accorsi e lo ricordo. Ricordo che trovavo più importante immaginare. Cercavo nei labirinti della fantasia i miei temi, che sembravano essersi smarriti perché una parte della fantasia era diventata realtà. Poi lei cominciò a muoversi e agimmo come se avessimo avuto un sogno in comune e in effetti quella parte comune del sogno era diventata realtà, e più ci si muoveva più tutto il sogno diventava realtà. Eravamo nel salone immenso di un palazzo ducale, coprivamo spazi e dislivelli e agivamo con gesti garbati ed eloquenti. Marco, esclamò il nonno, credimi: Pinuccia era veramente diventata una duchessa.

Non so quanto tempo dopo fummo trovati e travalicammo da una realtà all’altra senza traumi, senza nostalgie, come se fosse naturale.»     

      I racconti  che presento sono tratti dal romanzo breve  Le sue dita come stecchi di mandorlo – essereuomo in Amazon. Regalo le poche copie rimaste a chi ha il piacere di leggere libri e vuole conoscere tutta questa storia, peraltro alcuni brani sono già apparsi in questa pagine. Nonno e nipote: scambio di emozioni. il nonno racconta due secoli del Salento e consegna al nipote le origini della famiglia intrise di gioie, dolori e incanti. 


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