IL PENSIERO MEDITERRANEO

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I Messapi: le radici della cultura contro l’ignoranza delle guerre e la crisi mondiale

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Di Eliano Bellanova

La crisi militare che attraversa l’Europa e il mondo sembra averci privato del senso di appartenenza e della memoria delle nostre radici, vicine e lontane. Quel sentimento di identità collettiva viene spesso sacrificato sull’altare di un cosmopolitismo inteso in modo distorto, quasi che riconoscere le proprie origini equivalga a portare un marchio di colpa.

La Puglia, in particolare, ha vissuto un percorso singolare, accogliendo nel tempo popolazioni provenienti da terre vicine e da orizzonti più remoti. I Dauni, i Peuceti e i Messapi hanno convissuto senza che le loro differenze di usi e costumi si trasformassero in barriere sociali. In epoca antica, la regione era conosciuta come Calabria e vantava un mosaico di origini complesse, tanto da attirare l’interesse anche durante il dominio romano. Gli stessi Messapi furono inizialmente chiamati Calabri, prima che i Greci e altri popoli li identificassero con la denominazione che è giunta fino a noi.

Nel secondo dopoguerra, con il passaggio all’età contemporanea, si avanzò l’idea di distinguere la regione in più amministrazioni, con la denominazione “Puglie”: da un lato Dauni e Peuceti, dall’altro la Terra d’Otranto. Un autorevole esponente politico sostenne a lungo questa proposta, salvo poi abbandonarla, lasciando la Puglia unica e indivisibile. Quel progetto rimasto incompiuto avrebbe potuto rappresentare un modello per l’Europa e, di riflesso, per il mondo intero. Infatti, l’unificazione non è sempre sinonimo di fratellanza: talvolta la divisione, se rispettosa delle peculiarità storiche e culturali, genera maggiore coesione. L’unità autentica nasce dal riconoscimento delle origini e delle tradizioni, e quindi dalla cultura nel suo significato più profondo.

Guardando al presente, l’Ucraina – un tempo Principato di Kiev – appare come uno Stato costruito artificialmente, non dissimile da Israele, che nel tempo si è consolidato come entità unitaria. In Ucraina si distingue tra popolazioni russofone, talvolta russofile, e quelle ucraine propriamente dette. Una differenza che non è un dettaglio, ma un dato di fatto che avrebbe potuto trovare soluzione attraverso un referendum sotto l’egida delle Nazioni Unite. In questo modo l’organizzazione internazionale avrebbe dimostrato di non limitarsi a funzioni politiche, ma di saper svolgere anche un ruolo culturale.

La guerra, insensata e distruttiva, sta infliggendo un prezzo altissimo alla cultura. Le frasi che sminuiscono il sapere – come “di cultura non si campa” – sono il simbolo di una grave incoscienza sociale e politica, e aprono la strada a un futuro amaro: un mondo ignorante è un mondo destinato a dissolversi.

Il Segretario delle Nazioni Unite dovrebbe assumere un ruolo di coesione globale, riconoscendo le realtà culturali, etniche e storiche delle diverse regioni del pianeta. Invece, troppo spesso, l’ONU si limita a inseguire interessi economici e finanziari, arrivando persino a dare spazio alle armi quando mancano argomenti migliori. Clausewitz affermava che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, ma forse non volle ammettere che la guerra è, in realtà, il fallimento della politica.

Allo stesso modo, il mancato riconoscimento della pluralità culturale e sociale delle “Puglie” ha comportato il sacrificio delle terre salentine e ha impedito un vero progresso, anche economico, alle popolazioni peucete e daune. I territori prosperano quando hanno un centro di riferimento, un capoluogo. Due regioni distinte ma coordinate avrebbero potuto ottenere risultati migliori rispetto a un’unità percepita non sempre come condivisa.

In definitiva, dividere il mondo non significa frammentarlo, ma renderlo più ricco e consapevole. Altrimenti rischiamo di recitare la parte grottesca di chi afferma di portare i libri alla discarica o di chi sostiene che la cultura non serva a vivere.

La conclusione è chiara: l’ignoranza, in tutte le sue forme, è la vera causa di guerre, conflitti e dissensi. Ed è proprio l’ignoranza che, se non contrastata, può scrivere la parola fine sulla storia del mondo.


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