IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La barba di Babbo Natale e altro ancora

Barba-di-Babbo-Natale

di Sandra Vita Guddo

Affascinante la barba di Babbo Natale così fluente, candida e morbida!

Ma provate a immaginare per un attimo cosa accadrebbe se a Babbo Natale venisse ordinato di tagliarsi la barba … forse una rivolta popolare o magari una mobilitazione generale di tutti i bambini del mondo!

Non vi allarmate; oggi nessuno può pensare a una simile circostanza.

Eppure, c’è stato un tempo in cui tutto ciò è accaduto realmente: sto parlando del periodo in cui la Russia era governata dallo zar Pietro il Grande (1672/ 1725) che nel 1698 introdusse una tassa per chi si ostinava a portare la barba. Questa iniziativa fu vissuta male da certi nobili e dal clero che si piegò a pagare la tassa a suon di rubli. Le casse dello stato si riempirono molto facilmente al punto che è lecito presupporre che la città di San Pietroburgo sia stata costruita grazie a questa tassa, davvero bizzarra!

Ma, senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio, una faccenda simile si è verificata in Sicilia, nel periodo successivo all’Unità d’Italia (1861). Accadde che qualche buontempone di prefetto o qualche zelante funzionario statale venuto dal nord, come vento di tramontana, ordinasse che i braccianti, i contadini, i minatori e pescatori, insomma la feccia dell’umanità, non dovessero portare né barba, né baffi, consentiti soltanto ai galantuomini e ai nobili.

Il motivo?

Avere barba fluente e lunghi baffi arricciati, come li portava Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia (1861/1878), era segno di prestigio sociale e di appartenenza alla nobiltà se non addirittura sigillo di regalità e di santità; quindi, era un privilegio, un segno distintivo consentito soltanto ai più abbienti. Tutti gli altri, appartenenti alle classi sociali più deboli, erano obbligati a radersi per evitare un’ulteriore tassa che andava ad appesantire la già debole economia siciliana.

Ma il motivo potrebbe essere un altro!

 Nella Sicilia postunitaria si scatenarono rivolte popolari contro i nuovi dominatori che avevano vessato il popolo con leggi ingiuste e tasse esorbitanti. La reazione non tardò ad arrivare. Tutti i moti popolari e le manifestazioni pacifiche dei lavoratori, riuniti nei Fasci Siciliani, furono spenti nel sangue e i sopravvissuti furono perseguitati, arrestati, condannati al carcere duro o alle deportazioni. Coloro che erano riusciti a sfuggire alla morte o all’arresto, si diedero alla macchia alimentando il fenomeno noto come brigantaggio.

Era più semplice individuare e catturare i fuggiaschi se avessero avuto il volto scoperto e rasato piuttosto che nascosto da abbandonate peluria. In fondo si trattava di pericolosi briganti e di spietati assassini che meritavano le pene più severe, dopo processi sommari, in una Sicilia dove venne applicata per volontà del primo ministro Francesco Crispi la dichiarazione dello stato d’assedio in Sicilia (13 gennaio del 1894). Così passò per buona l’interpretazione storica o meglio la mistificazione dei fatti che ha bollato con un marchio di fuoco questi siciliani, passati alla storia come briganti quando potrebbero essere considerati eroi resistenti a leggi ingiuste e dolorose.

Da ciò ritengo plausibile l’invito rivolto a tutti: se un governo dovesse chiedere ai suoi abitanti di tagliare la barba: DIFFIDATE!

SANDRA VITA GUDDO

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