IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

di Pasquale Hamel

L’interesse dei musulmani d’Africa per la Sicilia, allora terra densa di boschi che poteva soddisfare la mancanza di legno di cui soffriva l’Ifrikija, li spinse a partire dal 652 d.c. a ripetute incursioni contro l’isola, “talora solo con lo scopo di saggiare la possibilità di dar corso ad un’azione di insediamento vero e proprio, sempre per procurarsi la preziosa materia prima” necessaria per le costruzioni e per la flotta.

La Sicilia, pur rafforzata nelle difese che il governo bizantino aveva predisposto, per oltre un secolo e mezzo visse dunque sotto la minaccia che, nonostante i numerosi trattati di pace stipulati per preservarne il territorio, l’onda irresistibile della espansione araba la travolgesse.
Eppure, anche se la storia non si fa con i “se”, quella resistenza si sarebbe prolungata oltre la fatidica data del 16 giugno dell’827 se non si fosse verificata una condizione eccezionale. Le porte della Sicilia furono aperte dal tradimento di un alto funzionario bizantino, il turmarca Eufemio, che dopo la ribellione nei confronti del basileus Michele II, detto il Balbo, era fuggito in Africa sollecitando l’emiro di al-Qayrawan ad intraprendere quella che si sarebbe poi mutata in spedizione di conquista dell’isola.

Lo sbarco, guidato da al-Furat, un giurista e generale d’origine persiana, e dallo stesso Eufemio, avvenne nelle vicinanze di Mazara del Vallo e fu, nelle prime fasi, coronata da successo perché colse di sorpresa i difensori bizantini. L’impeto di quella che divenne una vera e propria crociata musulmana fu così rilevante che nel giro di pochi anni i centri abitati della Sicilia occidentale, a cominciare da Palermo che fu presa nell’832, furono sottomesse alle insegne di Allah. Ciò che non accadde nella Sicilia orientale che, invece, offrì una resistenza tale da rallentare per decenni l’avanzata nemica.

Intanto, il velleitario sogno di Eufemio ci farsi sovrano di Sicilia con l’appoggio degli islamici si infrangeva sotto le mura di Castrogiovanni, l’antica Enna.

Castrogiovanni, Enna
Castrogiovanni, l’antica Enna

Lentamente, e progressivamente, la conquista araba si consolidava anche perché, come scriveva Illuminato Peri, si registrava una “incapacità aggressiva dei cristiani che consentiva il controllo musulmano in tutta tranquillità da pericoli esterni.” Il risultato di questa avanzata – che in qualche caso fu fermata dal contrattacco bizantino, come accadde negli anni quaranta di quel secolo IX – furono stragi e distruzioni, il territorio venne devastato da continue scorrerie e immiserito dall’abbandono dei campi da parte dei contadini intimoriti dalle violenze.

Conseguenza di questo quadro drammatico era il ristagno dei commerci e una forte spinta all’emigrazione verso terre più sicure che portò, nel giro di pochi anni, ad una sorta di collasso demografico del quale, ma solo in parte, approfittarono gli invasori per insediare popolazioni musulmane provenienti dalle sponde africane. In pochissimo tempo, dunque, lo scenario siciliano mutò, molti boschi che costituivano orgoglio e risorsa dell’isola furono trasformati in pascoli avviando quel processo di desertificazione che contraddistingue, soprattutto oggi, grosse porzioni del paesaggio agrario siciliano, stessa sorte tocco alle Masse, le masserie, orgoglio delle unità agrarie bizantine.

La resistenza dei Bizantini, che non sempre trovavano solidarietà nelle popolazioni cristiane locali pressate da un peso fiscale sempre più esorbitante, consentì di rallentare l’avanzata ma non di arrestarla. La conquista di Siracusa, nell’878, cinquantuno anni dopo lo sbarco – una resistenza che i siracusani pagarono con la distruzione della città e la deportazione di gran parte dei superstiti – segnò il punto di non ritornò dell’assoggettamento della Sicilia.

Miniatura d'epoca -La conquista di Siracusa, dal Madrid Skylitzes
Miniatura d’epoca -La conquista di Siracusa, dal Madrid Skylitzes

Gli arabi spostarono a Palermo il centro politico e di governo dell’isola, rilanciando la città e dando molto peso all’economia portuale. Palermo, come lo sarebbe stata nei secoli successivi Algeri, diventò anche il porto più importante per il commercio degli schiavi che per secoli ha interessato il Mediterraneo. La città, divenuta uno dei centri più popolosi del Mediterraneo, fu abbellita, molti degli edifici dell’antico tessuto urbano romano e bizantino furono restaurati e ampliati, fu addirittura costruito un quartiere nuovo, la Kalsa, proprio per assolvere la funzione di capitale a cui l’aveva destinata il nuovo emirato.

La conquista di Siracusa non significò, tuttavia, la fine della resistenza bizantina, si dovettero infatti attendere altri quasi altri novant’anni perché Rometta, l’ultima roccaforte bizantina cadesse nelle mani degli arabi.

La fine della presenza bizantina non significò, però, pacificazione e tranquillità di dominio come certa letteratura ideologicamente condizionata ha voluto far credere, se è vero che, almeno fino all’arrivo dei Normanni, e cioè 100 anni dopo, le popolazioni della Sicilia orientale, quella della parte greca, si ribellarono più volte al dominio arabo provocando, come reazione, massacri e deportazioni.

“La conclusione della conquista musulmana”, scrive ancora Peri “fu la fine di lunghi anni di incubo, e il risultato, se si escludono Palermo e pochi centri maggiori, non rese l’aspetto del paese dei più floridi”.
Per la cosiddetta età dell’oro, la Sicilia avrebbe dovuto attendere l’arrivo dei Normanni i quali ultimi ebbero, fra l’altro, il merito di restituire l’isola all’Occidente.