IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La grande distribuzione è entrata in competizione con la finanza

Marchi degli store a livello mondiale

Marchi degli store a livello mondiale

Di Pompeo Maritati

Particolari timori destano oggi le attività finanziarie poste in essere dai grandi gruppi, che con la finanza non hanno nulla a che vedere, se non il fatto di saperla utilizzare al meglio, a volte ai danni della stessa.

Colossi come Google, Amazon, Alibaba, Microsoft, Facebook, Apple, Cisco, Oracle, Johnson & Johnson, Pfizer, Qualcomm, Amgen e Merck, stando all’ultimo rapporto pubblicato dal Credit Suisse, ampiamente sottolineato dal Financial Time, pare detengano presso i paradisi fiscali qualcosa come circa 3.000 miliardi di dollari. Una cifra impressionante, il PIL di Italia e Spagna messi insieme. Importi confluiti da attività che per quanto legali, per effetto di legislazioni fiscali più favorevoli di alcuni paesi, rappresentano un serio pericolo per la stabilità monetaria, riuscendo, laddove lo volessero, a turbare l’andamento della politica dei tassi poste in essere dalle Banche Centrali. E’ chiaro che sino a quando non ci saranno, soprattutto negli USA, condizioni fiscali più favorevoli, di cui tanto si sta facendo promotore Trump, queste liquidità se ne guarderanno bene di rientrare in patria.    Solo che, come potete immaginare, questa ingenti masse di liquidità non stanno lì parcheggiate a far la muffa, vengono utilizzate attraverso dei Fondi o operazioni a premio (derivati) a raccattare quote di debito pubblico da una parte e, dall’altra ad acquistare azioni proprie, ovvero azioni della stessa compagnia a cui queste liquidità fanno riferimento.

Due modalità operative consentite dalla legge, nulla di illegale, ma di una pericolosità finanziaria elevatissima. Con l’acquisto sistematico di debito pubblico per centinaia di miliardi di dollari, questi colossi possono porre in essere dei ricatti alle politiche governative. Una repentina immissione sui mercati finanziari di ingenti quantità di debito pubblico di uno stato, provocherebbe una crisi sistemica, in quanto crollerebbero le quotazione dei bond pubblici, dove l’unico rimedio che i relativi governi possono porre in essere è elevare i tassi d’interesse, con le conseguenze di generare un circolo dannoso per l’intera economia. Noi ne abbiamo avuto un esempio abbastanza emblematico nel corso del 2011, quando si scatenò sull’Italia la tempesta finanziaria che portò lo spread a superare i 560 punti, defenestrando il governo Berlusconi, per lasciare il posto ad un governo tecnico che in solo due anni ha fatto più danni lui, che la seconda guerra mondiale. Basta andare a leggere i dati ufficiali della nostra economia per rendersi agevolmente conto che ci sono state raccontate un po’ di balle spaziali. Sottolineo con orgoglio di essere uno che ha sempre detestato Berlusconi, ma detestare un politico, non significare non saper poi leggere con serena obiettività i dati macro e microeconomici di quel periodo, migliori di quelli odierni, giusto per obiettiva valutazione economica.

La seconda attività posta in essere in essere da questi colossi è il riacquisto delle azioni proprie. Anche questa una prassi regolare, addirittura qui da noi in Italia viene regolamentata da una apposita legge che ne limita la quantità di azioni soggette a questa operatività. Se si riacquistano proprie azioni, ovviamente direttamente dal mercato, automaticamente la relativa quotazione sale e pertanto l’azienda sottostante il titolo viene meglio apprezzata dai mercati. Solo che l’apprezzamento è di carattere algebrico e non perché l’azienda stia andando bene. Questa plus-valutazione del titolo consente a questi signori di emettere dei bond, ovvero delle obbligazioni, cioè si fanno prestare denari, che gli investitori sono felici di dare loro in quanto trattasi di aziende solide, riscuotendo, per il motivo anzidetto, degli interessi bassi. Questo denaro così rastrellato, verrà poi utilizzato per proseguire il riacquisto delle proprie azioni e di parte del debito pubblico di stati sovrani.

Come avrete intuito facilmente, la continua crescita esponenziale di questi colossi, oltre a preoccupare per la loro posizione di dominanza sul mercato a volte quasi da monopolista, preoccupa e non poco perché stanno entrando in competizioni con la finanza. Alcuni di questi colossi, stando alla relazione presentata dal Credit Suisse, posseggono più loro titoli di debito pubblico di alcune tra le più grandi banche al mondo come Bank of America, Jp Morgan, della compagnia finanziaria Wells Fargo e della Bank New York Mellon. Se alle anzidette operatività finanziarie aggiungiamo l’erogazione diretta di credito ai propri fornitori, la trasformazione di questi colossi in altrettanti colossi finanziari è vicina. Si tratterà di capire quali strumenti intenderà la lobby della finanza adottare per salvaguardare la propria posizione, perché questo nuovo che sta avanzando è qualcosa di diverso da loro.

La finanza ha fatto le sue fortune sapendo manipolare il denaro attraverso la principale fonte reddituale, quello di prestarlo al sistema produttivo. Ora che il sistema produttivo e della grande distribuzione è diventato lui possessore di ingenti liquidità, questo lo pone in concorrenza.  Prevedere una lotta intestina tra fratelli e fratellastri penso sia errato. La tesi più sostenibile è quella della ricerca di un accomodamento tra le parti in gioco, ripartendosi l’egemonia mondiale, sempre che non venga fuori il solito furbetto che rimettendo la palla al centro, sgambettando gli avversari, non riesca a prevalere. Fantafinanza e fantascienza spesso vanno a braccetto, ma mentre spesso la fantascienza prevede orizzonti più positivi per l’umanità, la fantafinanza, quanto più si concentra in pochi individui, diventa sempre più preoccupante sotto il profilo democratico.

Per ora stando con i piedi per terra, constatata l’assenza di regole certe ed efficace a contrastare il rafforzamento infinito di questi grandi colossi, a scapito della qualità della vita, possiamo asserire che il futuro non possiede delle buone carte da giocare per favorire la democrazia e contrastare la dollarocrazia.

Si ipotizzano nuove frontiere di pensiero che dovrebbero orientare l’organizzazione sociale dell’uomo su formule pensate a ridurre le disuguaglianze e a spronare la solidarietà. Uno scenario che al momento ha il classico sapore di una utopia. Queste nuove frontiere del pensiero hanno bisogno di essere veicolate, assimilate dalle masse, cosa oggi quasi impossibile essendo tutti i mezzi di comunicazione in mano a tutti coloro che da qualche decennio decidono loro cosa dovremo fare domani. 

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