IL PENSIERO MEDITERRANEO

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L’epilogo che parte da lontano sulla resa del Giappone nella II Guerra Mondiale

La-resa-del-Giappone

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Di Eliano Bellanova

L’attacco alla base navale di Pearl Harbour, nelle isole Hawaii, non fu un episodio isolato né improvviso, ma il risultato di una lunga catena di eventi che affondano le radici nella strategia dell’Impero nipponico e, parallelamente, in quella degli Stati Uniti d’America. Due potenze in crescita, due visioni del mondo e due interessi destinati a collidere. La difesa delle rispettive sfere di influenza non poteva che condurre a una rotta di collisione, e il 7 dicembre 1941 rappresentò il punto di non ritorno.

Per comprendere la portata di quell’attacco, occorre tornare indietro e osservare il quadro globale. Nel dicembre 1941 la guerra in Europa era già in corso da oltre due anni. Le armate germaniche, agguerrite e apparentemente inarrestabili, avevano sconvolto gli equilibri mondiali. La sequenza degli eventi era stata rapida e travolgente: dall’Anschluss austriaco del 1938, all’occupazione della Cecoslovacchia, fino all’invasione della Polonia. Ogni passaggio aveva spostato l’asse del potere e aveva reso evidente che il continente europeo stava precipitando in un vortice da capogiro.

Il trattato di Versailles, imposto alla Germania nel 1919, non era mai stato realmente metabolizzato. Le clausole punitive, le limitazioni militari e le riparazioni economiche avevano alimentato un sentimento di rivalsa che trovò terreno fertile nella propaganda nazista. Il “diniego” raggiunse il suo apice quando, il 1° settembre 1939, le truppe di Hitler varcarono la frontiera polacca. Il pretesto fu il Corridoio di Danzica, quel lembo di territorio che garantiva alla Polonia lo sbocco al Mar Baltico ma che, al tempo stesso, divideva in due la Germania. Era un punto nevralgico, già teatro di scontri epici durante la Prima Guerra Mondiale tra Russia e Germania. Con l’invasione della Polonia si alzò il sipario della guerra europea, destinata a trasformarsi in conflitto mondiale.

Sei anni dopo, nel settembre 1945, il Giappone avrebbe firmato la resa, chiudendo il cerchio di una guerra che aveva coinvolto ogni continente. Ma nel 1939, quando la Germania diede avvio alle ostilità, il quadro delle alleanze era ancora in formazione. Il Patto Tripartito, stipulato tra Germania, Italia e Giappone nel 1940, appariva come una riedizione della Triplice Alleanza del 1882. L’anomalia, tuttavia, era evidente: due potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, Italia e Giappone, si alleavano con una potenza sconfitta, la Germania.

La Germania, nel settembre 1939, iniziò la guerra da sola, ma si preoccupò di coprirsi le spalle a Oriente. Lo fece con il Patto di non aggressione firmato con l’Unione Sovietica di Stalin, noto come Patto Molotov-Ribbentrop. Questo accordo, che prevedeva la spartizione della Polonia e delle sfere di influenza in Europa orientale, garantì a Hitler la tranquillità necessaria per concentrare le sue forze a Occidente.

Intanto, sul fronte asiatico, il Giappone perseguiva una strategia di espansione imperiale. La guerra contro la Cina, iniziata nel 1937, aveva già mostrato la volontà di Tokyo di costruire una “sfera di co-prosperità asiatica” sotto il controllo nipponico. Le risorse naturali, i mercati e le rotte marittime erano obiettivi fondamentali per un Paese che, pur moderno e industrializzato, dipendeva dall’importazione di materie prime. L’espansione verso l’Indocina e le isole del Pacifico entrava inevitabilmente in conflitto con gli interessi degli Stati Uniti, che consideravano quell’area parte della propria influenza strategica.

Gli Stati Uniti, pur non ancora coinvolti direttamente nella guerra europea, osservavano con crescente preoccupazione le mosse giapponesi. Le tensioni si acuirono quando Washington impose sanzioni economiche e restrizioni sull’esportazione di petrolio e acciaio verso il Giappone. Per Tokyo, queste misure rappresentavano una minaccia esistenziale: senza accesso alle risorse energetiche, l’espansione militare e la stessa sopravvivenza dell’impero erano in pericolo.

Così, mentre in Europa la Germania consolidava le sue conquiste e l’Italia cercava di ritagliarsi un ruolo da protagonista, in Asia il Giappone si preparava a una sfida diretta con gli Stati Uniti. Pearl Harbour, base navale americana nelle Hawaii, divenne il simbolo di questa collisione. L’attacco non fu soltanto un colpo militare, ma un messaggio politico: il Giappone intendeva affermare la propria supremazia nel Pacifico e costringere gli Stati Uniti a negoziare da una posizione di debolezza.

La storia, però, avrebbe preso una direzione diversa. L’attacco del 7 dicembre 1941 provocò l’effetto opposto: lungi dal piegare gli Stati Uniti, li spinse a entrare in guerra con determinazione. Da quel momento, il conflitto divenne davvero mondiale, con il coinvolgimento diretto della più grande potenza industriale del pianeta.

Guardando a ritroso, si comprende come Pearl Harbour sia stato il risultato di una lunga concatenazione di eventi. La frustrazione tedesca per Versailles, l’espansionismo giapponese, le ambizioni italiane, le alleanze e i patti di non aggressione, tutto concorse a creare un contesto in cui la guerra era inevitabile. La collisione tra interessi strategici non poteva essere evitata: l’Europa era già in fiamme, e il Pacifico stava per diventarlo.

Pearl Harbour, dunque, non fu un fulmine a ciel sereno. Fu il punto di arrivo di una tensione accumulata negli anni, di strategie contrapposte e di visioni inconciliabili. Fu il momento in cui la guerra, già globale nei fatti, divenne ufficialmente mondiale.


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