IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Conversazione sulla scuola e sulla sua funzione educativa, ai tempi del PNRR, uno scambio di punti di vista tra dirigenti scolastici e docenti – Seconda Parte

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di Enrico Conte

Il Faro di san Cataldo (LE)

Partecipano:

Prof. sa Gabriella Bustini, Docente italiano e latino, Liceo Scientifico Giulietta Banzi Bazoli, Lecce

Prof Salvatore Conte, già Docente di italiano e storia, Istituto Antonio Meucci, Casarano, Dirigente CGIL

Prof.ssa Annarita Corrado, Dirigente Liceo scientifico da Vinci, Maglie

Prof.ssa Antonella Manca, Dirigente Liceo Scientifico, Giulietta Banzi Bazoli, Lecce

Prof. ssa Maria Rita Meleleo, Dirigente Liceo Classico, Colonna,Galatina,

Prof. ssa Maria Rosa Valentino, Dirigente Snals


SECONDA PARTE

… Riprende la conversazione sulla scuola, la cui prima parte è stata pubblicata il 30 novembre 2022…

D. Si apprende l’empatia? e la capacità di insegnare?

R. Maria Gabriella Bustini: Empatia e simpatia sono capacità e attitudini che, in uno studente, possono essere sviluppate attraverso la narrazione di ciò che riguarda o ha riguardato l’essere umano. La storia, l’arte e la letteratura testimoniano che niente che l’uomo ha fatto o fa è estraneo all’uomo stesso. L’empatia insegna l’equilibrio nel giudizio, l’armonia nella reazione, l’urbanità.

R. Annarita Corrado: L’empatia è un talento prezioso che ci rende capaci di sentirci vicini agli altri, un atteggiamento comprensivo nei confronti di chi ci sta accanto e che può aiutarci a migliorare qualsiasi rapporto, d’amore o di lavoro.

Nel processo di insegnamento-apprendimento è fondamentale e lo si può apprendere, certo, allenando questa capacità emozionale prima ancora che con corsi ad hoc, soprattutto attraverso la consapevolezza di interpretare un ruolo di relazione con i ragazzi capace di suscitare interesse, motivazione, desiderio, e quindi apprendimento.

La capacità di insegnare è sì un qualcosa di innato, di connaturale anche ai tratti della personalità di ciascuno, ma anche il frutto di abilità acquisite, sperimentazione di tecniche e modelli che consentono al docente di essere “efficace” e penetrante nella sua azione didattica.

Oggi la pedagogia scolastica offre una vasta gamma di metodologie didattiche, dal Learning by doing al Problems olving, dalla Flipped classroom al Cooperative learning, dalla Didattica metacognitiva alla Peer education, ecc…

Tutto può essere efficace o meno. Ma tutto o quasi tutto dipende da quella capacità empatica di cui sopra.

R. Antonella Manca: Lempatia è la materia che dà sostanza alla pedagogia. In una relazione come quella educativa, in cui il passaggio e la trasmissione delle informazioni devono esserci – giacché sono le premesse di ogni apprendimento possibile- la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo dell’altro è fondamentale.

L’empatia si può imparare e l’organizzazione di una scuola è tanto più efficace quanto più riesce a formare i docenti a sviluppare la relazione emotiva.

R. Maria Rosaria Valentino : Interazione e feedback da parte dei docenti sono comportamenti chiave per potenziare sia il legame educativo che l’apprendimento stesso. Le strategie didattiche che influenzano significativamente gli apprendimenti prevedono il coinvolgimento e la motivazione degli studenti. Le strategie didattiche possono essere acquisite e potenziate attraverso studio ed esperienza, ma l’empatia è una dote innata, la capacità di sentire, prevenire, fare propri i bisogni dell’altro. Sarebbe auspicabile che tutti i docenti la possedessero per creare legami profondi e proficui con i propri alunni.

D. Come rendere più attrattivo il lavoro dell’insegnante?

R. Salvatore Conte: innanzi tutto riducendo il numero di alunni per classe.

R. Annarita Corrado: Se devo intendere la domanda dal punto di vista strettamente professionale, direi che il lavoro dell’insegnante lo si rende attrattivo attraverso un riconoscimento sociale del suo ruolo, riconoscimento che oggi sembra aver perso terreno e anzi è come se fosse una categoria che non suscita alcuna attrattiva. Questo, sia per l’inadeguata retribuzione economica, sia anche, e forse soprattutto, perché si sono molto indeboliti il principio di autorità e perché la scuola non può più contare su un retroterra di norme condivise ed implicite per tutti, tantomeno per le famiglie.

R. Antonella Manca: Riducendo il numero di alunni per classe, considerato che nel prossimo futuro si presenteranno le condizioni per farlo, a seguito della diminuzione della popolazione scolastica.

R. Maria Rosaria Valentino: Se le politiche scolastiche finalmente realizzassero quella rivalutazione sociale della scuola che ha perso in prestigio e carisma si restituirebbe dignità professionale  a chi, sino ad ora, ha scelto di lavorarci nonostante profonde criticità: salari bassi, classi numerose, tempi e spazi di apprendimento spesso non adeguati.

D. La scuola in che misura può supportare e/o promuovere un processo di sviluppo del territorio? Può la scuola essere un agente del cambiamento negli stili di comportamento: verso l’ambiente, nell’uso delle risorse pubbliche, per sensibilizzare sul tema della mobilità nelle città, per l’uso del trasporto pubblico, sui rifiuti?

R. Maria Gabriella Bustini: la promozione della cultura e della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e culturale del nostro territorio è un obiettivo della scuola.

Questa promozione dovrebbe tradursi in un percorso trasversale, in cui lo studente possa maturare esperienze tramite lo studio del territorio e la vita di relazione, utili sia alla sua formazione sul piano intellettuale e morale che al raggiungimento di una maggior consapevolezza circa il suo ruolo all’interno della società. Il paesaggio è vivaio comune di bellezza e di memorie e deve essere preservato. Gli studenti devono conoscerlo, per amarlo e per difenderlo dagli speculatori edilizi. Il territorio ci contiene e dobbiamo sensibilizzare i futuri suoi fruitori affinché non si intervenga su di esso come sull’arredamento di casa propria.

Partire dal paesaggio, dai musei e dal teatro, dunque, per creare futuri cittadini sensibili alla valorizzazione del territorio e anche alla promozione di politiche edilizie consapevoli e rispettose del valore del paesaggio, a beneficio della collettività e delle future generazioni.

R. Salvatore Conte: sicuramente la scuola influisce sugli stili di comportamento. Ma negli ultimi decenni questo compito è stato demandato non al valore di una cultura “ricca”, “alta”, ma a mille e mille progetti (PON, ecc) specifici…Diceva Elio Vittorini” la società non è cultura perché la cultura non è società, e la cultura non è società perché ha in sé l’eterna rinuncia del “dare a Cesare” e perché i suoi principi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive”.

R. Annarita Corrado: La scuola, per sua natura, deve rappresentare un “presidio culturale” nel territorio dove opera, dove per “culturale” si intende ogni forma di socialità che caratterizza una comunità. Il coinvolgimento di enti, associazioni, agenzie educative non è solo auspicato, ma addirittura regolato da norme. Questo a dimostrazione del fatto che la scuola traduce in una sorta di sintesi le istanze del territorio e contribuisce al suo sviluppo.

Il rispetto dell’ambiente, ad esempio, nella mia scuola fa da sfondo a tante iniziative finalizzate a far assumere nei ragazzi stili di comportamento eco-rispettosi e una sensibilità verso i temi dell’ecologia, delle energie rinnovabili, del biologico. La piantumazione di alberi da parte degli studenti negli spazi esterni dell’istituto, la raccolta differenziata nelle aule, la caratterizzazione green della classe del quadriennale, la collaborazione con società, enti, esperti del settore mirano a tradurre in concreta attuazione comportamenti adeguati.

D. Negli anni ’90 con l’autonomia scolastica si cercò di uscire dal modello di offerta educativa “taglia unica” (onesizefits) valorizzando la comunità, la libertà dell’insegnamento, valore costituzionale e, non ultimo, la relazione generativa con il territorio: cosa funziona di quel modello?

R. Salvatore Conte: l’autonomia scolastica è stata un grosso fallimento. E’ servita, soltanto, come già dicevo, a mettere in competizione sterile le scuole, trasformandole da luoghi del sapere in “progettifici”.

D. Edilizia scolastica: tra gli anni ’60 e ’80 è stato realizzato il 50% delle nostre scuole, un quinto derivano dalla rifunzionalizzazione di vecchi edifici. In provincia di Lecce il certificato di agibilità è posseduto dal 40-60% delle scuole inferiori, dal 40% delle secondarie. Il PNRR punta, tra le altre cose, a rimodernare le strutture scolastiche. Le strutture architettoniche veicolano un messaggio, siano esse di buona o di cattiva qualità, come lo veicolano gli ambienti e i loro arredi: Interventi di interior design possono migliorare la fruizione di uno spazio e renderlo più accogliente e anche più educativo?

R. Annarita Corrado: Le “scuole belle”, di renziana memoria, hanno avuto sì il merito di un restyling, ma spesso occorrerebbero interventi e manutenzioni strutturali per rendere davvero sicure le nostre scuole. Ben vengano i fondi del PNRR per rimodernare le strutture scolastiche, a patto che gli enti proprietari di queste, Comune o Provincia, progettino coordinandosi con le stesse scuole.

R. Antonella Manca: Lo spazio influenza molto l’apprendimento quindi nuovi ambienti innovativi sul piano metodologico richiedono nuovi spazi fisici. Speriamo che i fondi del PNRR vengano utilizzati in questa direzione.

R. Maria Rosaria Valentino: gli edifici del passato non sono gli ambienti entro i quali si potrà sviluppare la scuola di domani. Il PNRR sicuramente compie un importante passo avanti in questa direzione. Stanziamenti importanti, circa 8 miliardi per la ristrutturazione di edifici scolastici e la costruzione di nuovi. Tuttavia questo cospicuo investimento non è esente da rischi. Non sono chiare le linee guida ed i criteri di individuazione delle strutture su cui investire prioritariamente. Si enfatizza molto sulla sicurezza e la sostenibilità ambientale ma forse ci si interroga poco sui modelli didattici che dovrebbero guidare gli interventi. Senza un’idea, una “visione” di scuola, potrebbe essere difficile tenere insieme le tre dimensioni imprescindibili del rinnovamento degli edifici scolastici: sicurezza, sostenibilità e spazi fisici di apprendimento per favorire l’innovazione didattica.

D. A quando risale, a vostro giudizio, l’ultimo grande cambiamento nel mondo della scuola?

R. Salvatore Conte: alla legge sull’Autonomia

R. Annarita Corrado: Credo che l’ultimo grande cambiamento, anche se non del tutto attuato, sia quello contenuto nel DPR 275/1999 riguardante l’Autonomia Scolastica. Dal 2000 le istituzioni scolastiche, pur facendo parte del sistema scolastico nazionale, hanno una propria autonomia amministrativa, didattica e organizzativa.

R. Antonella Manca: alla legge sull’Autonomia.

R. Maria Rosaria Valentino : senz’altro alla legge sull’ Autonomia

D. Educare alla lettura, visti i dati sugli indici di lettura, così preoccupanti, che collocano la Puglia nella parte bassa della classifica, insieme alle altre regioni del Mezzogiorno?

R. Maria Gabriella Bustini: chi legge bene, pensa bene e scrive bene. Bisogna dare maggiore importanza a ciò che un buon libro ha da insegnare a tutti, sempre. Credo fortemente nel valore della lettura in classe. Una lettura che sia condivisa da tutti gli studenti: recitata, partecipata, analizzata. I libri fanno paura alla maggior parte degli studenti; la loro lettura rientra nei compiti da fare a casa. Spesso chiedono: “fino a che pagina dobbiamo leggere?”. E’, come  direbbero i francesi, “un devoir”; e proprio un francese, Daniel Pennac dice che “il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”, il verbo “sognare”. Con il fascino della narrazione empatizzante, un docente può, forse, far spegnere un cellulare e “accendere” le pagine di un libro.

R. Salvatore Conte: l’educazione alla lettura dovrebbe essere alla base dell’attività didattica, ma spesso alla lettura si preferiscono progetti sul “sesso degli angeli”.

R. Annarita Corrado: È un’attenzione, quella della e alla lettura, che deve essere sempre alimentata negli studenti, forse un po’ troppo dediti a impiegare il loro tempo libero ai social. I dati emersi dalle prove Invalsi e le varie indagini socio-culturali sulla propensione dei giovani alla lettura dovrebbero farci riflettere e insistere sull’importanza del leggere.

La didattica, di qualsiasi ambito disciplinare, deve avvertire questa urgenza, magari proponendo delle bibliografie per gli argomenti più importanti trattati o istituire, ad esempio, una sorta di libreria online di classe che renda disponibili – temporaneamente, ovvio – i libri personali o di famiglia a beneficio dello studente che li richieda.

R. Antonella Manca: L’educazione alla lettura è il cuore del curricolo. Nella mia scuola perseguiamo questo obiettivo da alcuni anni con il Progetto trasversale Ex libris, che prevede incontro con autori di livello nazionale.

D. La scuola è in condizioni di aiutare i ragazzi ad essere creatori di qualcosa, “maker”, come dice Joshua Cohen, e a non restare puramente “user”, meri utilizzatori. Il “fare creativo” implica maggiore consapevolezza del mondo in cui si agisce, mentre “l’uso” può avvenire anche restando nell’ignoranza.

Può essere in grado di far comprendere il mondo che sta cambiando completamente, in base a circostanze che mettono in crisi le certezze? Cosa impedisce, o rende difficile,  sperimentare nuove didattiche, nuovi approcci, nuovi pensieri?

R. Salvatore Conte: l’orizzonte in cui attualmente si muove la scuola non è quello di generare coscienza critica, ma accettazione del presente come unico modello possibile di vita nel quale ricavarsi uno spazio  personale, individuale. Sperimentare nuove didattiche, nuovi approcci significherebbe mettere in crisi l esistente e questo la “cultura dominante” non può permetterlo.

R. Annarita Corrado: Quanta verità nell’affermazione di Cohen! Spesso facciamo l’errore di indicare gli alunni nel loro insieme come “utenza”, cioè come utilizzatori di un servizio reso; mentre invece, la prospettiva dovrebbe essere quella di sentirli e farli sentire compartecipi di un processo, anzi protagonisti del loro cammino formativo.

Un altro termine, questo sì adeguato, che ricorre nelle nostre progettualità è “ricerca-azione”: in questo modo e con questo concetto si vuole intendere il “fare creativo”, uno studio, una speculazione che viene incarnata in un pensiero nuovo, personale, critico. Sono consapevole che è un traguardo che comporta tempo, fatica e soprattutto un cambio di prospettiva nel rapporto con i nostri studenti e nelle metodologie da adottare. D’altra parte è ciò a cui mira la cosiddetta didattica per competenze e le verifiche intese come prove di realtà. Ovvio che non ci possono essere competenze senza conoscenze, ma neanche conoscenze che non producono competenze. È tutto qui, in questo rapporto che l’allievo prova la soddisfazione di sentirsi … maker.

R. Antonella Manca: si, la scuola può farlo. In questo ambito, noi abbiamo dato vita in questi anni al Banzack, un gruppo di studenti che si occupano di innovazione dal basso e che intervengono anche nelle azioni di formazione dei docenti.

R. Maria Rosaria Valentino : la scuola può fare la differenza, soprattutto in momenti di crisi. Dovremmo partire dagli insegnanti e dai dirigenti motivati e capaci che sorreggono la scuola nonostante i molti ostacoli e dal serbatoio di vitalità degli studenti. Niente può cambiare se non c’è la voglia di farlo,se non si crede che le proprie iniziative potranno modificare in meglio le cose. Come diceva  David Hume, senza una partecipazione dei sensi, dell’intelligenza e della vitalità emotiva non viene fuori niente dal nostro agire quotidiano. Forse qualcosa sta nascendo e lo spero fortemente. Per il bene del paese e del suo cuore pulsante, la scuola.

Enrico Conte

Redazione di Trieste de Il Pensiero Mediterraneo

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