IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“Il fuoco invisibile. Storia umana di un disastro naturale”, saggio/romanzo di Daniele Rielli

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Il fuoco invisibile di Daniele Rielli, copertina

di Paolo Rausa

Daniele Rielli è nato a Bolzano nel 1982, ma è di origine grecanico salentina, di Calimera. Lì è nato il padre, medico, lì sono i suoi riferimenti culturali, nel nonno Luigi, depositario della religione familiare che fa della campagna e degli ulivi il proprio totem. Curati come fossero figli e tramandati al figlio, anche se lontano, nell’estremo nord dove si parla tedesco e degli ulivi non sanno granché. Invece il padre di Daniele, quando può, scappa in Salento, a curare il rapporto interrotto per diversi mesi l’anno causa trasferimento per lavoro.

Lo stesso fa Daniele, per quanto non si senta in debito con la terra che ha generato i suoi avi. Eppure il legame lo trattiene e lo invoglia, davanti allo spettacolo di un campo e di una distesa infinita di ulivi scheletriti, a interrogarsi su come si sia giunti a consentire l’impietoso ardore del “fuoco invisibile” divoratore, così lo chiama il nonno. Come un drago, che aziona le sue fauci e annichilisce con il suo alito di morte ogni parvenza di albero di ulivo, senza guardare l’età, senza rispetto per i patriarchi che sorvegliano come sentinelle il territorio salentino, percorso negli anni da orde di qualsiasi natura, armate di spade, palle di cannone, bombarde, galee turche ed ora di… un batterio insignificante, chiamato “xylella fastidiosa”. Ho seguito passo passo il racconto di Daniele Rielli, avvincente se non fosse la descrizione di campi devastati e di resoconti sbigottiti, a volte combattivi nei confronti di un nemico instillato dall’odio sociale più che botanico.

Nei confronti di una classe politica ignara di tutto, pure del proprio ruolo di tutela di un patrimonio e di una terra nobile e generosa, e dall’altro canto nei confronti di un popolo degli ulivi che si è sentito turlupinato da secoli, millenni di promesse non mantenute, di masse che hanno lasciato il suolo natio per distribuirsi in tutto il mondo, dall’America, all’Europa, al Nord Italia. E’ una maledizione, pensavamo. Che ora si presenta sotto forma di speculazione turistica e palazzinara. Chissà che cosa hanno in mente. Sono partiti da Gallipoli, l’avamposto turistico del Salento per farne speculazione e abbattere gli alberi di ulivo, che insieme alla vite e al frumento rappresentano secondo lo storico francese Fernando Braudel il simbolo del Mediterraneo.

Già a partire dai greci che scelsero l’albero a rappresentare la città di Pericle. Ho seguito da vicino le prime mosse di quel movimento del sedicente popolo degli ulivi. Quello che Daniele Rielli cerca di ricostruire, le rivendicazioni, lo scetticismo nei confronti di una scienza “prona” agli interessi della solita cosca di proprietari terrieri o di speculatori provenienti da lontano, come novelli barbari, come turchi pronti ad assalire le mura della città di Otranto. Esiste un’anima salentina?, si chiedeva il compianto Donato Valli, rettore dell’Università del Salento. E si rispondeva sì, la consapevolezza era venuta proprio in seguito all’attacco dei turchi, ovvero la necessità di fare fronte comune contro lo straniero, l’invasore, che porta con sé come gli spagnoli nell’America latina malattie e morte e distruzione. Gli scienziati invece lavoravano sodo, ci mettevano tempo per dare risposte alle tante domande che sorgevano dalle piazze, rumorose e facinorose.

Bello in quel periodo il movimento di partecipazione che aveva coinvolto tante persone, giovani e meno giovani, studenti, lavoratori, uomini, donne, bambini in una festa come a Veglie, avamposto dei difensori del sacro suolo. Anche se col passare del tempo si era cominciato a capire che la teoria del complotto non reggeva e allora che bisognava fare fronte comune con gli scienziati. Esigere un ruolo più attivo delle istituzioni e delle autorità nell’intervenire per tempo e circoscrivere ed eradicare le piante infette. Ma come si fa ad abbattere un albero malato? Forse che con le persone si fa così? Bisogna curarli e si escogitavano ritrovati che nascevano dalla fantasia e dalla tradizione ma contro la xylella non c’era verso. Questa avanzava. Senza trovare resistenza, anzi l’alleanza con la magistratura leccese che aprì un fascicolo contro gli scienziati e dissequestrò gli alberi infettati con il ringraziamento del batterio. Daniele Rielli ripercorre tutte le tappe, perlustra il territorio salentino da capo a fondo, sente tutti gli interlocutori, comprende la situazione in cui il popolo degli ulivi si è invischiato come in una tela di ragno e allo stesso tempo depreca lo smacco delle istituzioni regionali, statali ed europee.

L’Europa sarebbe dovuta intervenire con il giusto indennizzo in cambio di altre varietà da impiantare. Non tutti per fortuna si danno per vinti. Innanzitutto gli scienziati Donato Boscia e Maria Saponari, e poi Giovanni Melcarne che una ne pensa e 100 ne fa, irrequieto agricoltore del Capo di Leuca che vuole spremere l’oro dagli ulivi e che è necessario riemergere come da ogni crisi più forti di prima. E infine le associazioni come Save the Olives e la sua anima Helen Mirren che si batte per l’innesto sui giganti che soffrono di talee salvifiche. Daniele sa che la lotta non è finita qui e lo sa anche il padre che prega solo di poter sopravvivere con i suoi ulivi, o almeno di non cedere dopo la loro morte. Rizzoli per Mondadori Libri, Milano., marzo 2023, pp. 289, € 18,00.


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