IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il Mezzogiorno “colonia” per colpa dei Meridionali

Francesco Saverio Nitti

Già un secolo fa Francesco Saverio Nitti realizzò nei suoi scritti un’analisi accurata e spietata della questione economica del Sud Italia a partire dall’unificazione nazionale del 1860, delineando precise responsabilità. o pensiero continua d re oggi molto attuale

di Giorgio Mantovano

Leggere Francesco Saverio Nitti (1868 -1953) è, ancora oggi, di grande aiuto per sfatare alcune leggende metropolitane e per comprendere quale fosse la situazione economica del Mezzogiorno nel 1860, alla data del voto plebiscitario che portò all’unificazione nazionale, e chi trasse effettivamente vantaggio dall’Unità d’Italia. 

Francesco Saverio Nitti

Nato a Melfi il 19 luglio 1868 da Vincenzo e da Filomena Coraggio, il Nitti proveniva da una famiglia dalle salde convinzioni antiborboniche e democratiche. Il nonno paterno, medico di tendenze liberali e unitarie, era stato ucciso nel 1861 a Venosa e la sua casa incendiata dai briganti di Carmine Crocco, che prima era stato soldato borbonico poi garibaldino. Il padre, Vincenzo,  aveva partecipato come volontario garibaldino, nel 1860 e col grado di caporale, alle battaglie di Capua e del Volturno. Laureato in giurisprudenza e docente di materie economiche alla Scuola superiore di Portici e poi all’Università di Napoli (1899), il Nitti, destinato anche a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio (dal giugno 1919 al giugno 1920) si occupò in particolare dei rapporti tra Nord e Sud, divenendo uno tra i più eminenti studiosi della questione meridionale

In un saggio dal titolo “Il grande dissidio della vita italiana. L’Italia del Nord e l’Italia del Sud”, pubblicato nel 1901 nel volume dello stesso Autore, “L’Italia all’alba del secolo XX. Discorsi ai giovani d’Italia”, dimostrò che, nel 1860, al momento del voto plebiscitario, nel Regno delle Due Sicilie, le imposte erano inferiori a quelle degli altri Stati e il debito pubblico, tenuissimo, era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana

Ma anche il numero degli impiegati, calcolato sulla base delle pensioni nel 1860, era di quasi la metà quello del Regno di Sardegna, mentre la quantità di moneta circolante, ritirata più tardi dalla circolazione, era in cifra assoluta due volte superiore a quella di tutti gli altri Stati della penisola uniti assieme.

Tuttavia, poiché era opinione diffusa che il Nord fosse meno ricco del Sud e si credeva che molto avesse sacrificato alle lotte per l’indipendenza e l’Unità, parve naturale, alla costituzione del Regno d’Italia, che i meridionali pagassero più del Nord il loro contributo. 

Così i debiti furono fusi incondizionatamente e nel 1862 fu unificato il sistema tributario che, al contrario, era diversissimo. Il Nitti dimostrò in “Nord e Sud”, opera pubblicata nel 1900 per i tipi degli Editori Roux e Viarengo, che le imposte risultavano assai più gravose nel Mezzogiorno che nel Settentrione e che, a fronte di una maggiore tassazione, lo Stato, ad Unità avvenuta, spendeva molto meno nel meridione. Difatti, rilevò che le grandi spese si concentrarono nel Nord ove si formarono i primi grandi nuclei di capitali

Per cause molteplici, osservò,

<<la ricchezza del Mezzogiorno, che potea essere il nucleo della sua trasformazione economica, è trasmigrata subito al Nord>>.  

In ordine poi ai primi deputati meridionali, scelti fra i patrioti più di rilievo, Nitti stigmatizzò la circostanza che essi ignorassero quasi completamente le condizioni economiche in cui versava il Mezzogiorno

Scrisse:

<<Erano in gran parte ideologi: antichi profughi; avvocati, maestri della parola e viventi di vecchie tradizioni letterarie. In ogni occasione ripetevano che l’Italia meridionale era ricca; che bastava venissero la istruzione a illuminare le menti e la libertà a far nascere le industrie>>. 

Ed aggiunse, nel 1901, nel primo saggio menzionato, che:

<<Per quaranta anni è stato un drenaggio continuo: un trasporto di ricchezza dal Sud al Nord. Così il Nord ha potuto più facilmente compiere la sua educazione industriale; e quando l’ha compiuta ha mutato il regime doganale>>. 

In questo contesto il Mezzogiorno ha funzionato soprattutto come “una colonia”. Tuttavia, per amor di giustizia, il grande meridionalista riconobbe che la responsabilità di quanto accaduto fu soprattutto dei meridionali stessi

Essi, disse,

<<hanno qualità dissociali o antisociali: poco spirito di unione o di solidarietà, tendenza a ingrandire le cose o addirittura a celarle, per amore di falsa grandezza; per poco spirito di verità. Molti vanno in rovina per essere creduti ricchi, e così anche chi vede la situazione reale quasi non desidera che la verità sia manifesta agli altri>>.  

Ed ancora, rimarcò che, a fronte di un Governo interessato a mantenere il Mezzogiorno come un feudo politico,

<<si sopporta che l’amministrazione e la politica siano spesso nelle mani di persone indegne, pur di averne piccoli vantaggi individuali>>. 

Tuttavia ritenne che non vi fosse

<<nulla di fatale. Solo il giorno in cui la diffusione della verità avrà determinato nei meridionali l’idea che la salute è solo in loro stessi, nel loro spirito di opposizione, nell’insofferenza dell’abuso, nel più grande spirito di solidarietà, quel giorno, si sarà fatto un gran passo nella via della soluzione>>. 

Parole profetiche e di grande attualità.

(già pubblicato su “Il Quotidiano”, 15 sett. 2020)

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