IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Il nonno Pigmalione

Nonno pigmalione

di Maurizio Mazzotta

Quando scappò dal collegio a undici anni non fu perché era spinto dall’urgenza di ritornare da mamma e papà, come a quell’età può succedere per acuta nostalgia del sentirsi protetti, struggimento che accentua il disagio nell’ambiente estraneo. La fuga aveva un altro motivo, quello di realizzare un progetto studiato in un arco di giorni. L’obiettivo era Pinuccia, figlia di contadini delle “Torri”: incorniciare i suoi occhi e i suoi riccioli neri e trasformarla in duchessa.

Il nonno riferì al nipote questo episodio della sua fanciullezza e gli narrò di Pigmalione. Il mito entrò nelle vene di Marco, ragazzo, insieme alle sagome degli ulivi e dei ficodindia, all’odore delle stalle, e rafforzò la passione che aveva per quel vecchio.

Il nonno aveva letto il brano di Ovidio da studente a Roma, eppure parlando di Pinuccia tanti anni dopo fu colto all’improvviso da stupore, rivelando al nipote, che la comprese più tardi, la sua capacità di sorprendersi ancora a settant’anni.

Gli afferrò il braccio e lo strinse con tale forza che Marco fu costretto a guardare quelle lunghe dita così simili a sottili, nodosi, rami di mandorlo.

«Io allora, a undici anni, avevo questa esigenza, questa strana necessità che ci distingue, ci eleva e ci sgomenta.»

« Nonno, raccontami di Pigmalione. Chi era? Altrimenti non capisco.»

Il vecchio cominciò e Marco, quindicenne, a poco a poco fu trascinato nella vicenda intellettuale più intensa della sua adolescenza, la cui risonanza riecheggiò più volte nella sua vita dilatando quei momenti, immersi nella suggestione notturna delle “Torri”. Assorbì la figura contorta del vecchio, che all’ombra della luna, era simile alle viti che traboccavano sulla carraia. Camminavano lentamente e le mani del nonno si muovevano come le mani di Pigmalione che modellava la statua. Marco immaginava lo scultore di quella Cipro nel mar di Levante, il Mediterraneo estremo verso l’Asia, che offriva visioni di onde argentate, lo immaginava seduto in faccia al mare a interrogare gli dei e la sua voglia di amare.  

Immersi nella Magnagrecia, nonno e nipote intravedevano nel fondo del loro essere, con diverso sapore della coscienza, quanto il desiderio più alto si fondesse col più grave peccato dell’origine: farsi simile al dio!

Venere lesse in Pigmalione l’innocenza che celava a lui stesso il peccato dell’inconscio e, poiché Pigmalione amava, lo esaudì.

Il nonno chiosava Ovidio:

«Pigmalione non osò, pur pregando, chiedere che la fanciulla che lui stesso aveva modellato si svegliasse dal suo sonno di pietra, si limitò: “Oh Dea! Il mio amore è immenso, e ti supplico, esaudisci il mio desiderio, vorrei come compagna e moglie una ragazza simile a questa mia statua”. Dunque Pigmalione era innocente. Soprattutto il fatto che si rivolgesse alla dea lo scagiona completamente.»

Marco aveva poggiato la mano su quella del vecchio, che era tornato a stringergli il braccio, e l’accarezzava muovendo la sua con discrezione e con l’intento di conoscerla al tatto. 

Il nonno riprese:

«Non vedo Pigmalione come un uomo straordinario. E’ un artista come tanti della sua epoca e di tutte le epoche, uno scultore sensibile, solitario e schivo. Riversa il suo bisogno di amare e il suo ideale di donna nel marmo mentre lo trasforma e Venere premia il fiume di passione che trascina lui in primo luogo e nel contempo vivifica l’oggetto. Penso che questa esigenza sia in realtà strumento di un bisogno più grande, immenso, che teniamo sommerso perché ci atterrisce. Che cosa è l’amore se non il bisogno di dare vita, di creare nuova vita? Ma Pigmalione sente soltanto il trasporto e il desiderio di amare, e non sa cosa chiede realmente. Il mito di Pigmalione è la sublimazione del peccato originale che spinge l’uomo a modellare se stesso e i suoi simili, a modificarli,  a ricrearli, sostituendosi al dio. Quale brivido attraversò le membra dell’innocente scultore che si aspettava il freddo del marmo e toccò con le sue le labbra di lei tenere e calde!»

Ecco lo stupore del nonno: Marco non poteva vedere la sua espressione alla luce della luna, ma la conosceva e a tradirla era il capo che si era levato a cercare e si era trattenuto nel vuoto, senza una meta apparente. Il mandorlo delle sue mani si era allentato sul braccio del ragazzo, simile al ramo che si distende alla brezza della sera che porta il fresco dopo il meriggio.

«Anche io ero innocente a undici anni. Adesso capisco.»

Il nonno trasmetteva al nipote la capacità di rivivere intensamente gli eventi, quella risonanza dei fatti che permette di sostare sulla sponda del mare sconosciuto e grande che riposa nei visceri. I piccoli fatti lievitavano e il lume che conservavano si espandeva, diventava luce viva, e l’evento remoto e insignificante assumeva la dimensione di globo luminoso: lo raccoglieva nel palmo della mano e nella mente.

Il racconto  che presento è tratto dal romanzo breve  Le sue dita come stecchi di mandorlo – essereuomo in Amazon. Regalo le poche copie rimaste a chi ha il piacere di leggere libri e vuole conoscere tutta questa storia, peraltro alcuni brani sono già apparsi in questa pagine. Nonno e nipote: scambio di emozioni. il nonno racconta due secoli del Salento e consegna al nipote le origini della famiglia intrise di gioie, dolori e incanti. 


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