IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Il nonno disse: “prendi la lanterna”

Nonni-e-nipoti

Nonni-e-nipoti

di Maurizio Mazzotta

Il nonno Vincenzo all’inizio parlava poco, ma lo guardava, senza che Marco se ne accorgesse perché gli occhi del nonno erano striscia sottile dietro una cortina di fumo.

Una sera, dopo cena gli disse: <<Prendi la lanterna.>>

Marco non si aspettava quell’invito. Era alla masseria da pochi giorni e il nonno tutte le sere, prima di “sedersi al fre­sco”, come si diceva, scompariva con la lanterna dalla parte delle stalle, e lui non osava chiedergli di accompagnarlo. Resta­va sul ballatoio, dove attorno alla nonna si raccoglievano a poco a poco i contadini della masseria. Prima le donne, poi gli uomi­ni, che si facevano attendere, e quando arrivavano con le loro storie si lasciavano cadere sui gradini della scala, restando per rispetto distanti.

Sussultò, si disorientò, dove era la lanterna? Il seguito fu naturale come la sorgente che si fa strada nelle crepe della roccia per crescere in un fiume senza fine. Il cuore capace del nonno, da quella sera, gli regalò emozioni, sempre più grandi, sempre più forti; l’acuto indagare del nonno gli suggerì vie e lo orientò.

Si sorprese per le mani del nonno nel raccogliere la lanterna che Marco gli offriva quasi in segno di abbandono alla sua guida, gli carezzò il volto con quelle nocche che lo sorprendevano. Aveva visto un ramo di mandorlo all’ingresso e gli venne in mente guardando le dita del nonno.

Si sorprese anche perché la carezza con quelle dita e il palmo della mano aperto era tenerezza eccessiva anche per il nonno, un nonno come Vincenzo. Quel tocco si farà strada nell’intimo di Marco: rappresentava una novità. Certamente il padre lo accarezzava,  ma nel tocco del nonno c’erano intensità e fantasia. Lo sfiorava con le nocche dalla base dell’orecchio fino al mento e sembrava rapirselo con lo sguardo, assorbirlo, impadronirsi di lui; questa tensione che era andata crescendo tornò ad attenuarsi e il gesto terminò con una lieve pressione del suo dito antico sul naso. Gesto dai mille significati. Era il punto di una sequenza motoria. La conclusione di un’espressione d’affetto. Il richiamo all’età di Marco. Un prospettare che avrebbero soprattutto giocato. Era uno stop che il nonno imponeva a se stesso, alla sua effusione. Una brusca frenata al galoppo delle emozioni. Oh il nonno attendeva quel momento assai più del nipote! Era uno scherzo. Poteva essere stato semplicemente uno scherzo quel dito premuto sulla punta del naso. Il nonno, consapevole oppure no, iniziò col passo conveniente e con la giusta misura.

Quando furono soli nel cortile le loro ombre presero a impaz­zire sui muri per effetto della lanterna che seguiva il braccio e il passo del vecchio. Era un ondeggiare di sembianze spezzato da fughe e ritorni bizzarri: ombre smisurate da far paura là dove il muro era all’improvviso vicino, allungate da far sorridere sugli spazi che si aprivano, sformate da incuriosire quando saltavano sotto il pergolato. Il nonno gliele faceva notare e le accentuava, muoven­dosi come un ragazzo.

– Vedremo il toro per ultimo – annunciò seriamente mentre il paletto di ferro cigolava.

Passarono tra le mucche che volgevano lentamente il muso e Marco sentiva che tutto il suo corpo si inumidiva di un odore caldo di latte, di formaggio e di cacca. Il nonno alzava la lanterna con delicatezza, curando che la luce non aggredisse troppo e Marco ogni tanto scopriva un paio d’occhi marroni, dolcissimi, che si chiudevano senza fretta con infinita sopporta­zione.

Attraversarono un vano, sempre al coperto, con mucchi di fieno ordinati e si affacciarono sulla stalla del toro. I sensi del bambino erano all’erta; aveva visto il toro sempre da lontano, e uno sbuffare, un odore più intenso accelerarono i battiti del suo cuore. Era un recinto di cemento spesso cinquanta centimetri, alto assai più di un metro; l’ingresso, ampio quanto bastava  per il passaggio del toro, era sbarrato da travi di legno: tre grosse travi a sezione quadrata, inserite dentro staffe di ferro poste ai lati nel cemento.

Il nonno salì su un gradino aderente al recinto e lo invitò. Vieni pure, non temere. Perché Marco si era fermato ai limiti del terrore: si diceva tanto sui tori! Rassicurato salì tenendosi stretto al nonno, restando però discosto dal recinto. Nello stesso istante il nonno illuminò un muso impaziente e due occhi neri, severi e fissi, che gli ricordarono quelli del padre.

Il vecchio introdusse un elemento nuovo in quell’atmosfera densa di odori e di preoccupazioni scandendo con voce ferma e cauta queste parole:

– A vent’anni ne prendevo uno come questo per le corna e lo buttavo giù. Me l’aveva insegnato un uomo gigantesco che parlava ai tori con

un bisbiglio. Non è solo questione di forza. Bisogna saperlo prendere.-

L’animale, una bestia che faceva paura, era immobile contro di loro. A un metro. Il bambino percepì un fluido che passava dal toro al nonno come tra avversari che per destini incomprensibili devono lottare pur avendo imparato ad amarsi.

Il toro ruppe l’incantesimo: si mosse sulle zampe posteriori con rumore sordo e preciso restando immobile col collo.

– Andiamo.-

Il nonno scese dal gradino e si allontanò rapidamente. Tornarono indietro, rifecero la strada tra le mucche, uscirono dalla stal­la. Il nonno aprì un cancelletto assai discreto incassato come era tra la vaccheria e il porcile e furono nell’aria freschissi­ma, fuori dalla masseria, tra gli ulivi.

Da Maurizio Mazzotta – Le sue dita come stecchi di mandorlo – essereuomo


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