IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La poesia nelle intuizioni filosofiche letterarie di Giovanni Teresi

LA POESIA NELLE INTUIZIONI FILOSOFICHE E LETTERARIE

LA POESIA NELLE INTUIZIONI FILOSOFICHE E LETTERARIE

L’uomo ha sempre provato a conoscere quel “noumeno”, a sfidare l’ignoto, spinto dalla fiamma perenne della sua “cupiditas sciendi” e la letteratura, da sempre espressione autentica dell’uomo, ce ne ha fornito le prove.

Il personaggio della letteratura universale a cui l’uomo ha affidato questo suo anelito alla conoscenza è stato Ulisse o Odisseo.

Da sempre l’uomo si è chiesto quale fosse il senso del proprio essere ed ha cercato di capire e decodificare il mondo che lo circondava, guidato da un’arma infallibile a lui connaturata: il desiderio di conoscenza. Aristotele era certo che tutti gli uomini tendessero per natura alla conoscenza e che questo desiderio, unito alla meraviglia, fosse alla base della filosofia. 

Colui che ha espresso per la prima volta lo strettissimo nesso tra essere e conoscere è stato Immanuel Kant, che ha fatto della natura umana la base della conoscenza, ed allo stesso tempo ha messo in risalto quanto l’uomo cerchi sempre di spingersi al di là delle proprie possibilità, desiderio che è insito nel suo stesso intelletto. Gianbattista Vico dava grande importanza  allo studio della “sapienza poetica”, che improntava tutta la vita degli uomini primitivi:

 “essa è indipendente dalla ragione o riflessione, è fondata sulla fantasia, è essenzialmente poesia divina, creazione sublime, carica di emozioni violente e di immagini vivideLa poesia ha come suo elemento il linguaggio, nato dalla esigenza di comunicare. Con esso la poesia esprime il primitivo mondo umano, dà vita e senso alle cose inanimate, canta di prodigi e di incantesimi, immagina una divinità giusta che attribuisce premi o castighi: insomma ha un modo tutto suo, primitivo ma autonomo, di vedere la realtà e il trascendente”.

Vico, pertanto, afferma il valore autonomo della poesia nei confronti della ragione, tesi che sarà ripresa nelle concessioni estetiche del ‘700. 

La dimostrazione più chiara della natura poetica dei primitivi è la poesia omerica, opera non di uno o più individui, ma canto anonimo e collettivo di tutto il popolo greco dell’età eroica.

Quando la ragione, le riflessioni prevalgono negli uomini e la fantasia scompare, la poesia decade, sia negli esseri singoli che nell’umanità. Il poetare è libertà, nulla si può ammettere che sia una negazione della sua infinità. Allora  non dalla struttura e per la struttura si genera la poesia, ma è sempre la poesia a generare la sua struttura; e questa proposizione non vale soltanto per Shakespeare, ma per Dante e per tutti i grandi poeti. Nel caso di Dante, ciò che avviva la sua Commedia con freschezza di immagini è la sua fantasia storica, mitologica, astronomica, teologica, ed  è pure la sua filosofia, la sua religione. Questa  struttura è il mondo storico dell’artista in cui la poesia si spiega, e senza di essa la poesia non potrebbe affermarsi attualmente.

Gli uomini devono capire che le forme espressive del linguaggio non sono solo quelle esteriori che percepiamo con i sensi del corpo, ma anche quelle interiori che percepiamo con la luce della mente, con i battiti del cuore.

 Nella misura in cui l’uomo acquisisce consapevolezza della propria unicità cosmica, perde di significato lo scorrere del tempo. Nel senso che non è questa dimensione in movimento che dà senso alla vita dell’uomo. Egli ha bisogno di sapere quello che è e il tempo, di per sé, non è in grado di dirglielo.

Ma che cos’è l’esser-ci, ovvero l’esistenza stessa degli uomini?

Per Heidegger il significato della vita degli uomini è quello di prestarsi alla possibilità e al progetto. Esistere significa per Heidegger “ex-sistere”, ovvero non essere più un “permanere”, ma andare verso la novità degli accadimenti che permettono all’esistenza di mutare nel corso del tempo (esistere è divenire). Esistere per l’uomo significa quindi tendere sempre verso una nuova sistemazione della realtà. Per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo. Heidegger raccoglie l’essenza dell’arte nella parola “Poesia”, che facendo leva sul suo etimo ποίησις, non farà che confermare il suo carattere di creazione e di fondazione del nuovo.

Il fatto, poi, che la Poesia sia anche l’opera d’arte in parola non è un caso, ma sta ad indicare che l’apertura dell’ente nella sua totalità avviene essenzialmente nel linguaggio inteso come l’apertura stessa in cui l’essere si eventualizza.

La “Poesia” è istituzione, progetto dell’essere nel linguaggio. Essa è in se stessa linguaggio originario e come tale apre le varie epoche storiche, vale a dire le possibilità dell’esser-ci storico.

Per Hölderlin la poesia istituisce il tempo storico perché lo anticipa, nel senso che annuncia il tempo a venire, ancora meglio: prepara ciò che viene. La poesia di Hölderlin ha questo carattere anticipante. Essa anticipa un tempo storico: il tempo della povertà. Questo tempo è caratterizzato dalla fuga degli dei e dal mancato arrivo del dio. E’ perciò un tempo di estrema povertà dell’esserci. L’anticipazione di un tempo storico da parte del poeta è visto da Heidegger come ciò che è proprio del profeta. Ma precisa che i poeti “non sono profeti” nel significato giudaico-cristiano del termine. I profeti di queste religioni non si contentano di preannunciare prima le parole  del sacro come fondamento antecedente. 

In una lettera del 1798 Friendrich Hölderlin scrive:

Vorrei vivere per l’arte alla quale appartiene il mio cuore, e invece debbo faticare tra gli uomini, tanto che spesso sono assai stanco di vivere …, non sarei il primo che naufraga; molti, nati per essere poeti, ne sono periti …”

Nella poetica di Hölderlin c’è lo sradicamento esistenziale che convive con quello intellettuale.

Egli è un poeta che non fa del suo “poetico” la conquista dell’autonomia estetica romantica, piuttosto consegna a questo “poetico” la dimensione religiosa, facendone la sua missione.

Nessun poeta tedesco ha creduto mai come Hölderlin nella poesia e nella divina origine di essa, nessuno ne ha difeso con tanto fanatismo l’incondizionatezza da ogni cosa terrena. Sarà proprio attraverso le meditazioni su Hölderlin che Heidegger approfondirà il suo congedo dall’estetica in vista dell’ontologia dell’arte. Heidegger accoglie le sollecitazioni, gli aiuti hölderliniani per riscattare l’esperienza del linguaggio. In questa ambiziosa operazione di ricerca e di accoglimento dell’aiuto proveniente dalla parola poetica, Heidegger sembra “utilizzare” il poeta osservando le intuizioni filosofiche di questo alle maglie dell’ontologia.

Hölderlin, presagendo la fine di un’epoca ed inaugurando l’aurora di un secondo inizio, poetando è arrivato più lontano di tutti nell’epoca in cui il pensiero ancora una volta mirava a conoscere in modo assoluto l’intera storia accaduta.

Il superamento del principio di contraddizione, la descrizione dei vari momenti dello spirito è tipica della dialettica Hegeliana. Il pensiero filosofico moderno ha messo a nudo e fatto emergere come non sempre il linguaggio umano è in grado di dare espressione compiuta ai pensieri e alle intuizioni elaborate dalla mente umana. Il linguaggio ha dei limiti insuperabili. Non si può capire l’opera di Proust e Joyce se si prescinde dalle lezioni di Bergson e dal suo intuizionismo.

Per Heidegger, allo stesso modo di Leopardi, la grande poesia presuppone una simbiosi tra l’espressione letteraria e il pensiero filosofico.

Ludwig Wittgenstein in riferimento all’ “equivoco della spontaneità” dichiara che:

“ Il problema dell’arte non è diverso dal problema dell’esperienza in generale; occorre  molto aver macinato e molto aver dimenticato perché sotto i nostri occhi, quasi increduli, una tradizione si riattualizzi … Forse anche la tradizione del nuovo. Si dovrebbe scrivere poesia soltanto avendone letta e meditata molta. Questa è una regola che vale per ogni arte, per ogni impresa che presupponga il contributo creativo come una qualche, sia pur minima, sapienza raggiunta. Per attenersi a questa regola occorrono serietà, umiltà e disciplina. La spontaneità dell’artista viene alla fine. Perché all’inizio c’è soltanto il sentito dire. Per superare il sentito dire occorre attraversare molte tradizioni fino al punto di scoprire che l’accadere di un’esperienza sia nuova nel suo darsi come esperienza”.

Per Umberto Saba: “ La facoltà di esprimersi è presupposto della poesia. Il poeta canta perché ha qualche cosa da dire, qualche cosa di diverso dagli altri, di eccezionale. Ciò che il poeta esprime sono i suoi istinti proibiti, ciò che egli canta sono le sue colpe. E le canta per liberarsene, per confessarsi, per purificarsi. Se il pubblico gli volta le spalle queste colpe gli ricascano addosso, più tormentose di prima. Il percorso inverso che la filosofia deve compiere rispetto alla poesia è “liberare l’umanità”, o meglio gli uomini, dai suoi istinti proibiti, acquisire la capacità di sapere mettere a nudo il suo essere inconfessabile.”

Ma la tradizione filosofica ha considerato il “vedere” come modi di accesso privilegiato all’ente e all’essere. Per non rompere con questa tradizione si può formalizzare a tal punto la visione e il vedere da ricavarne un termine universale valido per ogni accesso all’essere, cioè fornito di validità universale.” (Martin Heidegger in “Visione e previsione”).

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