IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“Lettera aperta a Papa Francesco”

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Papa-Francesco

Papa-Francesco

di Riccardo Rescio

Quale re, anteponendo l’interesse generale a quello personale, cederebbe la propria corona, rinunciando volontariamente a onori e gloria, per permettere al suo stesso regno di diventare parte di uno stato più ampio e fiorente e con tale unione poter garantire al proprio popolo un futuro di solida e duratura pace e una sempre maggiore prosperità.

Quale papa, primate, patriarca, metropolita, rabbino e qualsiasi altro capo indiscusso della chiesa che rappresenta, cederebbe il proprio ruolo di guida e unico detentore del verbo, per permettere, con atto di vera fede, l’unione di tutte le religioni in una entità superiore, che le racchiuda tutte e con tale gesto metter fine al paradosso dei paradossi, cioè quello che giustifica e avvalora spesso le guerre religiose, combattute nel nome di Dio.

Quale uomo politico detentore di un qualsiasi potere, piccolo o grande che possa essere, sarebbe disposto a rinunciare alla propria leadership, al ruolo, alla mansione o all’incarico, che gli garantisce comunque più onori che oneri, per iniziare un processo di unificazione di parti, di correnti, di gruppi o fazioni di una stessa ideologia politica, per contribuire a compattare quella stessa area in un comune denominatore di progetti da tutti sottoscrivibili.

Piccoli e grandi potenti, uomini di fede e non, tutti d’accordo nell’affermare di esercitare il potere solo ed esclusivamente per il benessere dei loro fedeli, sudditi o rappresentati.

Una missione, un dovere da compiere nel supremo interesse del popolo, sempre fortemente declamato e continuamente reiterato, tanto da divenire motivo conduttore, colonna sonora, che sottolinea e accompagna da sempre l’esercizio del potere, ma al contempo, in virtù di quel potere,

determinati e mai assolutamente disposti a cedere un solo centimetro di quella terra che ritengano gli appartenga di diritto o un microscopico granello di sabbia di quella esclusiva spiaggia a cui solo a loro è consentito l’accesso.

Paradossi, conosciuti, conclamati e dati per scontati, inalienabili privilegi insiti nella missione, ne dovere da espletare in nome del popolo suddito o sovrano che sia o di quello dei fedeli.

Comportamenti perpetrati esclusivamente per il proprio tornaconto, per lungo tempo tollerati, che trovano pretesto, giustificazione e supporto in tutti quelli che si lasciano abbindolare, nell’illusoria convinzione di essere davvero essi stessi al centro della questione, al centro dell’operato, al centro dei pensieri e delle azioni di chi detiene o vuole raggiungere un potere, temporale o religioso che sia.

La questione sta nel modo di credere, in politica come nella religione, la fede cieca, assoluta, ottusa, intoccabile, incrollabile, quella fede che non prevede dubbi o incertezze, quella fede che disconosce gli altrui credi, quella fede che fa compiere atti, misfatti, genocidi, stragi, che nulla hanno a che vedere con quel Dio che dicono di amare, onorare e rispettare, quella fede è da aborrire, non esiste alcun Dio che indichi come giuste e fattibili una sola di quelle tremende azioni, che purtroppo siamo ormai abituati da millenni a vedere.

Siamo noi, con l’accettazione acritica, senza dubbi ne incertezze, con la nostra fede subita, la fede solo sentita, ma non ascoltata, con la fede che ci è toccata in sorte e non scelta, a contribuire ad accrescere quel potere che annienta l’uomo come entità autonoma pensante, per renderlo mero esecutore del volere di quello stesso potere che, ha, senza riserva alcuna, così fortemente contribuito a incrementare.

Sono convinto che ci sia un Dio per tutti e che ognuno di noi abbia il proprio Dio, ma dovremmo essere noi a sceglierlo, la libertà di culto sta nel poter scegliere quale Dio pregare ed essere liberi di poterlo fare.

Se in politica il gioco delle parti è alla base del contendersi il consenso, nella fede non ci sono né parti né giochi e le contrapposizioni delle religioni, alla ricerca del consenso, sono inaccettabili.

Non c’è un Dio maggiore, non c’è un Dio superiore che dia più benessere allo spirito di un altro Dio.

Noi siamo fragili creature, foglie in una tempesta di sabbia, pregiati cristalli trasportati da una ruspa su un terreno sconnesso, siamo debole carne circondata da un mondo di pietra, abbiamo bisogno di credere, anche perché tanto poco crediamo in noi e siamo così tanto poco creduti.

Siamo fragili nel corpo e nella mente e se il corpo necessita di cure e di attenzioni, di protezione, per salvaguardarsi dalle intemperie della vita, la mente abbisogna di fede, qualsiasi essa sia, per poter trovare rifugio, speranza, pretesto o giustificazione o peggio ancora anche l’assoluzione per tutte le cattive azioni commesse.

La fede è la calda sciarpa di lana pregiata che ci avvolge e ci protegge dalle intemperie della mente.

Il pensiero, che dalla mente scaturisce, è la capacità di produrre evoluzione, il pensiero che sostituisce l’istinto, il pensiero che crea e che distrugge, il pensiero che ci fa vivere o morire, il pensiero senza limiti né confini, quel pensiero, nella sua incontenibile potenza, è esso stesso fragile e vulnerabile.

La fede è un fatto assolutamente soggettivo, è quel bisogno ancestrale dell’uomo di rapportarsi con l’imponderabile, è l’assoluta necessità di credere in una entità superiore, che trascenda dalla materia e al contempo attraverso questa si manifesti, un’entità che possa ascoltarci, che possa aiutarci, che possa cambiarci la sorte, che possa assisterci nella difficoltà, che possa esaudire le speranze e realizzare i sogni.

La fede è un aiuto, un supporto, una giustificazione, un pretesto, una assoluzione e un milione di cose in più, ma non deve sconfinare da noi stessi e dettare ad altri leggi e regolamenti, per condizionarne i comportamenti in nome e per conto del proprio Dio.

La fede è e deve restare un fatto assolutamente personale.

Istituzionalizzare la fede riducendola alla condizione di religione, qualunque essa sia, la rende meno credibile e meno efficace per lo spirito, ma sicuramente molto efficace per creare e supportare il suo potere temporale.

Allora se effettivamente esistono due piani su cui si sviluppa la necessità dell’uomo di credere, una spirituale di pura fede, l’altra pratica di mera osservanza di rituali religiosi, perché non fare il possibile per rendere tutti gli uomini liberi dalla religione e fedeli uniti nel credo, qualunque esso sia.

Se fosse davvero possibile un passo indietro, da parte dei potenti della terra, per il superiore interesse delle proprie e altrui popolazioni, ci piacerebbe credere, che un passo indietro da parte dei capi delle chiese, per il supremo interesse di tutti gli uomini, senza alcuna distinzione di lingua o colore, finalmente uguali nel desiderio di credere in una entità superiore, possa essere altrettanto possibile, se non indispensabile, per la stessa sopravvivenza della specie umana.

Così la mia mente, riflettendo sulla fede, la fede spirituale, la fede universale, genera un ardito pensiero, che mi permette di immaginare una grande costruzione a forma circolare al cui interno possano essere rappresentate tutte le religioni, con un identico spazio assegnato, dove i rispettivi fedeli abbiano la possibilità di pregare il loro Dio, gli uni accanto agli altri, senza differenze né privilegi, nel reciproco rispetto, quel fondamentale rispetto che la condizione di credenti dovrebbe prevedere nei confronti di tutti, anche dei seguaci di altre fedi.

Credo, voglio credere, che sia di fatto la preghiera, con il raccoglimento, l’introspezione, il misticismo, che questo momento comporta, che possa realizzare quel comune denominatore, quella pietra fondante su cui costruire un nuovo modo di praticare la fede.

Una chiesa universale che abbia il suo fondamento e si regga sulla comune preghiera di uomini e donne uguali nel rispetto delle loro diversità di credo.

Solo riconoscendo il valore supremo delle differenze potremo dire di essere entità capaci di utilizzare il pensiero.

Quel pensiero che scaturisce dalla nostra mente, che dovrebbe soprattutto tener conto, sublimandola, anche della fede in cui ci riconosciamo.

Il nostro stesso credo dovrebbe aiutarci a farci vedere sempre più e meglio quanto nefasto e pericoloso sia l’individualismo, l’egoismo, che spesso ci induce a credere di essere gli unici

detentori della vera fede e al contempo e paradossalmente pretendere che tutti gli altri siano uguali a noi, ma solo nel rispettare le nostre insindacabili regole.

Dobbiamo smettere di praticare crociate per convertire gli infedeli in nome e per conto del nostro Dio, ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di continuare a credere nel proprio.

Se in politica è necessario e doveroso marcare le differenze fra schieramenti diversi per indurre il popolo a compiere quelle scelte che dovranno appagare le rispettive aspettative, nelle questioni di fede è altrettanto necessario e indispensabile conoscere le differenze che esistono, ma solo e unicamente per individuare quello che in comune queste possono avere.

Solo riconoscendo e rispettando le diversità fra le religioni e avvalorando ciò che in comune hanno si potrà giungere ad una vera unificazione, perché il benessere dello spirito al contrario di quello materiale, non sta nell’appartenere ad una o all’altra fazione o religione, ma nel libero professare i valori in cui si crede senza mai ledere o limitare l’altrui fede.

Se una religione non riconosce tutte le altre ritenendole a se paritetiche, se i rispettivi fedeli non accettano le altrui professioni e manifestazioni di fede, tollerandole e rispettandole, quella religione avrà sicuramente e miseramente fallito la propria missione.

Il concetto di fede è molto difficile da spiegare, perché la fede come il dolore non è universalmente quantificabile, definibile, descrivibile, per ognuno di noi è diverso.

La soglia del dolore, come quella della fede è assolutamente individuale, non esiste uno strumento di misurazione, stabilire quanto si crede o quanto si soffra è soggettivo, solo noi possiamo valutarne l’entità.

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