IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

“L’intervista segreta”, un racconto di Vincenzo Fiaschitello

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Teatro-Marcello-Portico-Ottavia-Roma

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                 Una sera dell’8 agosto 20.. si aggirava tra le viuzze del ghetto di Roma, alla ricerca di via del Biscione, un giovane cronista di un giornale di provincia. Era atteso a cena nientemeno che dal famoso giornalista Marco Poggi.

Qualche settimana prima, il giovane Enrico Sarli gli aveva indirizzato una lunga lettera nella quale spiegava la sua passione per il giornalismo e esprimeva l’ammirazione per i suoi articoli apparsi sull’importante quotidiano della capitale e per le sue numerose opere che diceva di aver letto con grande interesse.

Lo stile della lettera era limpido, senza fronzoli, spontaneo, e andava subito al centro della questione. Era quello che Poggi apprezzava di più. “Il bravo giornalista, era solito dire, è colui che parla ai lettori con molta chiarezza e brevità, che si fa comprendere da tutti i lettori a prescindere dalla loro cultura”.

Gli piacque molto la lettera. E poi era un giovane che a differenza di altri, si presentava da sé, consapevole delle sue qualità e innamorato di una professione di grande responsabilità morale e culturale.

Quando Poggi si ammalò, il giovane cronista già da qualche tempo lavorava stabilmente al giornale della capitale. In redazione era molto apprezzato per la serietà e la bravura dei “pezzi” che più di una volta il direttore aveva voluto in prima pagina. Appena era libero dagli impegni andava a trovare a casa il suo “maestro”, che giorno dopo giorno veniva divorato dal male.

Il giovane cercava di fargli cosa gradita informandolo su quanto accadeva in redazione, sulle chiacchiere dei colleghi, sulle battute scherzose che circolavano tra loro.

Un pomeriggio che Poggi stava peggio del solito, pallido in volto, dimagrito vistosamente, Sarli vide sul comodino accanto a varie scatole di medicinali una busta gialla sigillata con la scritta “Riservata”. Poggi la prese, sollevandosi con fatica sul letto, e la consegnò al giovane dicendogli: “Qui dentro c’è una mia intervista a un personaggio che ho tenuta segreta per sua volontà. La affido a te. Ti prego di aprirla solo dopo la mia morte. A te lascio la decisione di renderla nota, pubblicandola. Con la mia morte si chiuderà definitivamente il tempo della promessa che feci a quel personaggio”.

Non volle aggiungere altro e il giovane non osò fare domande.

A casa, chiuse in un cassetto la busta, domandandosi più volte chi potesse essere l’intervistato. Ma la sua curiosità fu tenuta a freno, perché aveva ovviamente dato la sua parola.

Nelle settimane che seguirono, Poggi ebbe una grave crisi e venne ricoverato in una clinica del centro. Lì, ogni ulteriore cura si rivelò inutile e dopo qualche giorno di ricovero, morì.

Sarli aprì la busta gialla due giorni dopo la morte del suo amico e lesse:

-Ero appena tornato dalla redazione e stavo per andare a dormire, quando squillò il telefono:”Sono l’ex ergastolano Onofrio Mangano, vorrei sapere, dott. Poggi, se è interessato a intervistarmi. Le dico subito che non le chiedo denaro, né favori di qualsiasi genere, ma soltanto l’impegno a tenere riservata l’intervista fino alla mia morte. Se accetta le farò sapere quando e dove trovarmi”.

Ebbi il tempo di dire: “Sì, certo!”, e sentii che aveva già chiuso.

Nei giorni seguenti restai in attesa di una chiamata, ma nulla. Pensai a una “bufala”, al solito fanfarone con la voglia di scherzare. Senonché qualche giorno dopo mi venne recapitata al giornale una lettera. Mangano mi aspettava al monastero di S. alle dieci di mattina del giorno dopo.

Mi ero in fretta adeguatamente documentato e avevo preso appunti sulle domande che avrei posto.

Sulla sessantina con barba e capelli bianchi, Mangano mi salutò, mi ringraziò per aver accettato l’invito e suonò al portone del monastero. Venne ad aprire un frate, che evidentemente ci aspettava e ci fece entrare guidandoci attraverso il chiostro in una grande sala dove si tenevano i convegni.

-Non mi aspettavo che lei, signor Mangano, avesse amicizie con i frati di questo monastero.

-Sì, li conosco dal tempo in cui scontavo l’ergastolo. Un loro confratello, cappellano del carcere, mi ha sempre parlato del monastero e della vita dei frati. Così quando ho riacquistato la libertà, ho continuato il mio colloquio qui al monastero e ho avuto una accoglienza che mi è stata tanto preziosa.

-Perché mi ha imposto il segreto? Non vuole che io pubblichi l’intervista per timore di ritorsione, di eventuali vendette per rivelazioni che intende fare?

-No, assolutamente! Tutto ciò che dovevo confessare, l’ho già detto da tempo durante il processo a mio carico. Non ho più segreti da rivelare!

-E allora perché?

-Il mio desiderio è quello di sfuggire a tutti, ai parenti, ai conoscenti, ai curiosi. Intendo ritirarmi in questo monastero e voglio che per nessun motivo qualcuno venga a sapere dove mi trovo, che cosa faccio, come sono cambiato. Vorrei essere completamente dimenticato, come se fossi morto, mai esistito.

-Bene, ho capito. Il suo è un desiderio legittimo e stia sicuro che non mancherò di rispettarlo. La vedo molto serena e questo mi fa davvero piacere. Ma andiamo con ordine.

Il signoro Onofrio Mangano mi parlò a lungo dei suoi primi anni, fanciullezza e adolescenza tra studio, giochi per strada e in parrocchia. La sua era una famiglia normale e il padre, impiegato, non faceva mancare nulla. Il giovane Onofrio aveva la passione del calcio e giocava nella squadra giovanile del paese. Il suo futuro di calciatore sembrava a portata di mano, quasi garantito dal giovane allenatore, senonché il capriccio inspiegabile di un dirigente della squadra maggiore, lo volle relegato a ruoli sempre più subalterni, al punto da compromettere la carriera. Fu allora che gli si accese un forte desiderio di vendetta, subito colto da un personaggio ambiguo che seguiva la squadra. Costui gli propose di infliggere una severa punizione a quel tizio, con l’aiuto di certi amici di sua conoscenza.

Il dirigente subì ferite molto gravi che gli procurarono una seria menomazione. Le indagini lo coinvolsero e Onofrio ebbe la sua prima condanna. Quell’evento gli cambiò la vita. In carcere lo circuirono uomini più anziani e incalliti nel crimine, per cui quando fu rimesso in libertà subì i loro ricatti.

L’infernale discesa nel male continuò senza arrestarsi, finché un giorno qualcuno gli mise in mano una pistola e lo cambiò in un killer.

-Ecco, è proprio sul delitto che vorrei farle delle domande, se mi permette. Qual era il suo stato d’animo nell’accettare quel terribile ordine?-

Ora, lo sento terribile come lei dice, ma allora no. Ero ubriaco di disvalori, di esempi negativi, che mi sembravano normali e degni di un vero uomo. E giunto il momento della prova, non mi tirai indietro. Sparai alle spalle a quel poveretto che camminava a braccio della moglie. Mi compiacqui con me stesso per aver mantenuto il sangue freddo e aver risparmiato la donna che non era l’obiettivo della missione di morte.

-Lei dice “missione”, adoperando un linguaggio molto vicino alla terminologia religiosa. Debbo dedurre che sin da allora il suo comportamento di fuorilegge poggiava su un terreno di formazione religiosa?

-Sì, certo. Non dimentichi che da ragazzo ero molto legato alla parrocchia e facevo pure il chierichetto. Questo non deve meravigliarla. Lo stretto legame tra il malavitoso e la religione è del tutto normale. Pensi che quando mi portavano a casa di qualcuno che contava, non mancavo mai di notare che alle pareti abbondavano le immagini di santi; sul tavolo il Vangelo era il primo libro che si trovava sempre aperto, segno che veniva frequentemente consultato. Anche i libri di filosofia, di storia, facevano spesso bella mostra sugli scaffali.

-Lei prova risentimenti se non odio nei confronti del brigadiere Mancuso che l’arrestò?

-Assolutamente no. Faceva il suo lavoro e lo faceva bene, finché riuscì a mettere insieme i riscontri, le prove per incastrarmi e arrestarmi. In un certo senso, oggi, sono contento che lui, un padre di famiglia, con un modesto stipendio, fu premiato con l’avanzamento di carriera.

-Non trova un po’ strano che in molti casi il Signore venga “tirato per la giacchetta” da ambedue le parti, nel senso che da un lato un malvivente accende la candela in chiesa e chiede al Signore di proteggerlo e sfuggire alla cattura, dall’altro l’uomo di legge, per esempio il brigadiere Mancuso, chiede al Signore la grazia di fargli catturare il malvivente, allo scopo di migliorare la sua carriera. A chi dei due potrà dare ascolto il Signore, secondo lei?

-Il giudizio del Signore non solo è “insindacabile”, ma direi misterioso. Nel caso che lei pone, certamente è facile dire che il Signore potrà ascoltare la richiesta che contiene il bene, ma quando si tratta di due situazioni che si equivalgono, come per esempio poteva accadere per due popoli, entrambi cristiani, entrambi in torto, che scendendo in guerra l’uno contro l’altro per uccidersi senza pietà, pregavano Dio perché concedesse loro la vittoria.

-Vedo che lei, signor Mangano, ha una buona cultura!

-Ventotto anni di carcere mi hanno dato anche la possibilità di studiare, di diplomarmi e prendere una laurea.

-Mi congratulo con lei, signor Mangano. E giacché ha fatto cenno alla guerra, vorrei domandarle che cosa ne pensa della violenza?

-La guerra è il gradino più alto della violenza. Si comincia dal basso, dai piccoli diverbi fra le persone, dagli odi e dalle vendette che i furbi sfruttano per il loro tornaconto, per arrivare via via al coinvolgimento di intere comunità, di paesi e giungere alla guerra.

-Si è mai posto, allora, nel cammino della sua redenzione, il problema della non-violenza?

Certo, ne ho discusso più volte con il mio amico cappellano. Per chi è stato un violento come me, per chi persino ha spento una vita, non è stato facile maturare l’idea di non-violenza. Ma ricordo che il frate mi ha guidato sempre verso la comprensione di un concetto di umanità fondato sulla convivenza pacifica, accennando a figure come Gandhi e Martin Luther King, che ripudiavano ogni forma di violenza e tendenza distruttiva.

-Ecco, il punto è proprio questo. Il frate non le ha mai detto che in fondo anche la religione è incline alla violenza e non del tutto pacifica, avendo a suo fondamento la nozione di peccato originale?

-Sì, questo è stato un tema sofferto nelle nostre discussioni. Non per niente è continuamente dibattuto tra i teologi. Sul peccato originale cresce la radice della cattiva natura umana, per ciò stesso condannata a un destino di violenza, quasi come una maledizione. Ma, mi spiegava bene il frate, che alla fine tutto ruota attorno al concetto di libertà. E essere liberi significa anche liberi di far del male, di prediligere la violenza. All’uomo la libera scelta di riconoscere entro se stesso il “tu” del fratello, la sua dignità umana e mettere a tacere quella volontà di dominio sull’altro che è, appunto, volontà di morte, di sopraffazione e di violenza.

-Vedo che il suo livello culturale è invidiabile. La sua serenità, come dicevo all’inizio, trova una spiegazione nel fatto di aver approfondito, mediante letture e colloqui con il suo amico, queste tematiche?

-Indubbiamente. Certe riflessioni non possono non aiutare a crescere e a maturare la fede nella vita e nell’umanità.

Enrico Sarli, commosso, finì di leggere l’intervista all’ex ergastolano Mangano.

Qualche tempo dopo, il giovane ricevette da un anonimo questa lettera:

“Egregio signore, ho il piacere di informarla che il signor Onofrio Mangano, fattosi quasi frate, è deceduto nel monastero di S. il giorno 9 u.s. Ora, l’intervista del suo amico e maestro Poggi può renderla pubblica se lo desidera. Saluti dalla Sicilia, un amico sconosciuto.

P.S. Noi i morti li facciamo parlare…i vivi no!”

Vincenzo Fiaschitello

Nato a Scicli nel1940. Laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Roma (1966) e Abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia nei licei classici e scientifici; pedagogia, filosofia e psicologia negli istituti magistrali (1966). Docente di ruolo di Filosofia e Storia nei licei statali e Incaricato alle esercitazioni presso la cattedra di Storia della Scuola alla Facoltà di Magistero Università di Roma. Direttore didattico dal 1974, preside e dirigente scolastico fino al 2006. Docente nei Corsi Biennali post-universitari. Membro di commissioni in concorsi indetti dal Ministero P.I.

E’ autore di vari saggi sulla scuola, di opere di poesia e di narrativa.

E’ presente nell’Antologia R. Pasanisi (a cura di) “Le mattine sono ancorate come barche in rada”. La poesia italiana contemporanea, Edizioni dell’Istituto di cultura di Napoli, 2023

Attualmente è redattore della Rivista culturale telematica “Il Pensiero Mediterraneo” (Redazione di Roma).

Vincitore della XXXIX edizione (2023) del Premio dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e della rivista internazionale “Nuove Lettere” per la raccolta edita di racconti “Ginevra, racconti storici e non”, Avola, Libreria Editrice Urso, 2021.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, lo ha insignito della onorificenza di Commendatore ordine al merito della Repubblica Italiana (2 giugno 1997).


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