IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Sigismondo Castromediano e la Lecce dei suoi tempi

Sigismondo-Castromediano

Sigismondo-Castromediano

di Maurizio Nocera

Il 10 marzo 2023, nella Sala Consiliare del Comune di Cavallino (Ente patrocinatore), si è tenuta la prima Giornata della 1^ Rassegna Culturale dedicata a Carmelo Gigante (educatore e intellettuale cavallinese, recentemente scomparso), nonché fondatore del Cenacolo “Amici di Giuseppe De Dominicis”. Moderatore della serata è stato il giornalista dr. Ludovico Malorgio, che ha introdotto prima il sindaco Av. Bruno Ciccarese Gorgoni (saluto e circostanziati riferimenti alla tematica in questione), quindi chi qui scrive. Successivamente è intervento il dr. Giorgio Mantovano.

Il più importante libro di Sigismondo Castromediano (Cavallino, 20 gennaio 1811 – 26 agosto 1895), è Carceri e Galere politiche – MEMORIE, un modello di straordinaria memorialistica paragonabile a Le mie prigioni di Silvio Pellico. A stampare il libro fu la R. Tipografia Editrice Salentina (proprietari i Fratelli Spacciante) di Lecce, 1895 Sigismondo non vide stampato il libro, perché scomparso nell’agosto 1895. La tiratura (due tomi con copertina leggera) fu terminata tra il dicembre di quello stesso anno e i primi mesi del 1896. Nella pagina dopo il frontespizio vi sono due incisi, uno di Bartolomeo Malfatti, l’altro di Des Ambrois, quindi l’epitaffio di Castromedinao:

            «Per memoria/ di/ Carlo Poerio*/ e di quanti vivi o morti/ soffersero meco dolori e catene/ nelle carceri e nelle galere del napoletano/ dal 1848 al 1860/ contribuendo potentemente/ alla redenzione d’Italia/ scrivo queste Rimembranze// Ai superstiti salute – pace ai sepolti».

Le Rimembranze come egli le chiama sono dedicate, con sue parole dolcissime

            «Alla carissima Adele Baronessa Savio di Bernestiel».

Gaetano Gorgoni, per anni deputato al parlamento italiano e più volte sindaco di Cavallino. nella Premessa alla ristampa anastatica della seconda edizione di Carceri e Galere politiche (Congedo 2011) di Sigismondo Castromediano scrive che:

            «senza alcun dubbio, Sigismondo Castromediano fu l’incarnazione vivente dei valori [l’Unità nazionale, la libertà e la democrazia] per i quali il Duca di Cavallino sofferse e patì lunghi anni di duro carcere in quella odissea che dal carcere di Lecce [la prigione di San Francesco] lo portò al bagno del Carmine di Napoli e, incatenato [assieme Nicola Donadio di Manduria] nelle “stazioni dolorose” delle galere borboniche di Procida, Montefusco, Montesarchio, Nitida e Ischia./ Di quella catena [oggi, assieme alla giubba da galeotto, conservata nel Museo di Lecce a lui intitolato], sopportata per 11 anni, scrisse che era un “serpente tenacemente ostinato, che mentre morde e stringe con i denti e con le spire, stritola l’intelletto e annienta la vita”. Quella catena, disse al padre [Domenico sposo di Maria Balsamo], ed ai fratelli [Enrico e Ascanio], era un’altra decorazione della famiglia e, “molto più risplendente dei fregi aviti e baronali”./ [Oggi] Di Castromediano restano intatta la figura adamantina, la sua grande dignità, il suo coraggio, il suo disinteresse ed il suo impegno per la difesa dei beni culturali del Salento, per gli studi e la ricerca archeologica» (pp. 1-4).

Castromediano – Edizione Prima 1895

In questo passaggio, Gorgoni cita il rapporto esistente tra Sigismondo e il padre. Perciò mi piace riprendere quel passo dalle MEMORIE:, dove il Duca Bianco scrive che:

            «un aguzzino m’annunziò la visita di mio padre. Ciò gli era stato concesso a gran pena, e sotto la più scrupolosa accortezza della polizia, avendolo fatto precedere da spie a raccogliere le parole e gli atti./ Mi guidarono da lui, nel luogo dove tali conferenze si usavano. Povero padre mio! come tremava, quanta pallidezza scolorava quel viso! tanto ché impietrito, pure spuntavagli una lagrima dagli occhi: quanto cocente quella lagrima! Era da sette anni che non lo rivedevo. Il mio cuore cessò di palpitare, il pensiero mi si ruppe nella mente: gioia e dolore a un tempo./ Giunsi fino a lui. Povero padre mio, addivenuto più vecchio di quando m’aveva lasciato! Mi strinse al petto muto, atterrito, sul punto di strapazzarmi ai piedi. Potei sostenerlo con tutte le mie forze; ma le mie vesti [giubba da galeotto], la mia catena, il luogo stesso che ci avvicinava, non alleviavano punto la sua desolazione. Fu colpo fatale alla sua esistenza! D’allora la sua florida salute cominciò ad appassire, e dopo non guari fu trascinato a dormire nella quiete del sepolcro. Rianimai allora me stesso e trovai a dirgli mille cose che potessero rinfrancarlo e ravvicinargli la vita./ Egli mi ascoltava come un ebete che nulla intenda. Finalmente aggiunsi: “E che, padre mio, non mi giudicate più forse per degno vostro figliuolo? Non mi credete sì forte da sopportare con coraggio l’ingrato destino? Padre, non vi prema di questi ferri: sono già santificati dalla giusta causa. Verrà un giorno in cui li vedrete infranti, e lieti allora li andremo a deporre sullo stemma avito, ad accrescerne i fasti”.// “Sii benedetto, figlio mio”, rispose; mi abbracciò di nuovo e andò via con la lentezza d’un cadavere.» (pp. 172-173).

Nella citazione di Gaetano Gorgoni viene indicato il carcere leccese che, come già scritto sopra, era ubicato nell’ex convento dei francescani, dove ancora oggi esiste entro le mura urbiche sotto lo stesso titolo di Carcere di “San Francesco”.

Castromediano – Edizione prima 1895

Anche in questo caso, a proposito di questo luogo, mi piace riprendere qui un altro passo delle MEMORIE castromediane. Sigismondo racconta quel che accadde allo sfortunato Epaminonda Valentino (Napoli, 3 aprile 1810 – Carcere di Lecce, 29 settembre 1849), mazziniano della prima ora, nativo di Napoli e maritato a Gallipoli con Rosa De Pace, sorella della rivoluzionaria Antonietta, mitica donna repubblicana che, assieme alla moglie di Luigi Settembrini, era seduta accanto a Garibaldi quand’egli, da dittatore, entrò nella Napoli liberata dal Borbone. Questo il passo:

            «Privi di moto e delle altre necessità, fosca la luce e l’aria impantanata, le ambasce e i dolori da cui eravamo stritolati prepararono la più lagrimevole delle sciagure. Tra noi contavasi anche Epaminonda Valentino, gentile e colto, di modi distinti e piacevole favellatore, di largo cuore, di carattere fermo e di propositi irremovibili, che amava la patria con intensità di sincero patriottismo. Le barricate del 15 maggio [1848] nella capitale lo avevano veduto strenuamente combattere, e di ritorno a Gallipoli sua dimora, scorgendola vacillante, volle riaccendervi viva la fiaccola della libertà. Fu quindi colto, anche lui e sospinto in prigione, ma affetto da malattia nel cuore, pingue e di temperamento sanguigno, ristretto in quella bolgia, sentivasi soffocare in ogni ora, invano reclamando un boccone d’aria pura. Le sue istanze, anche appoggiate dal parere dei medici, non gli permisero nemmeno di salire sulle terrazze dello stesso carcere, favore che, con qualche mancia i custodi concedevano a quanti dei comuni piacesse. E fu così che, nel pomeriggio del 29 settembre del 1849, l’Epaminonda, fulminato d’apoplessia, miseramente cadde – aria!… aria!… – gorgogliando nella strozza; e fu quella la sua ultima parola. Spaventati lo sollevammo morto da terra, e lo adagiammo dapprima sopra una sedia, poi sulla sua cuccia. Implorato soccorso, lo svenarono, ma egli era morto: il sacrificio era già consumato. Non restava che dare un bacio al caro estinto e glielo demmo, e, fatto coraggio a noi stessi, gli togliemmo gli abiti indossati, lo rivestimmo di altri nuovi, lo profumammo con essenze, e lo sollevammo sopra una specie di catafalco improvvisato con gli assiti dei nostri letti, dove stette tutta la notte, da noi circondato e da pochi ceri accesi che si poterono ottenere. Modesti funerali gli furono permessi; e nel nuovo giorno vennero a toglierci i resti del caro estinto. E mentre moltitudine di amici e di curiosi s’accalcava avanti al carcere per vederne il trasporto, noi pure dalle finestre gl’indirizzammo l’ultimo vale. Qual giorno di tristezza fu quello! Epaminonda lasciava una giovane sposa [Rosa De Pace] dilettissima, e due figlioletti che amava sino al delirio» (pp. 71-72).

Uno dei figli di Epaminonda era Francesco, giornalista garibaldino morto nella “battaglia di Pieve di Ledro (Trentino) il 18 luglio 1866 – terza guerra di indipendenza – in combattimento colpito da tre palle nemiche nel corso dell’assalto alla linee austriache.

Ho citato l’episodio, tristemente rievocato dal Castromediano perché anche Epaminonda Valentino, grande patriota unitario del Risorgimento italiano, è stato dimenticato. Nel Cimitero storico di Lecce c’è il suo Monumento sepolcrale in condizioni abbastanza decadenti. Andrebbe restaurato. Su una facciata del sepolcro c’è scritto:

            «Qui giace/ Epaminonda Valentino/ di Napoli/ morto il 30 [ma Castromediano scrive il  29] settembre 1949/ in queste prigioni centrali/ ove/ come imputato politico/ avealo rinchiuso/ il Borbone// Nacque il 30 aprile 1810».

Spesso, quando mi capita di visitare il cimitero storico di Lecce, non mi dimentico di portare con me un garofano rosso e depositarlo ai piedi del Monumento sepolcrale del grande patriota del Risorgimento italiano.

Ecco. Continuo a sfogliare le prime pagine delle MEMORIE. Nel Proemio, con grande spirito di umiltà, Sigismondo scrive che

            «un altro ostacolo mi si era dimesso dinanzi. Fin da principio avevo tolto a modello del mio scrivere le Prigioni del Pellico: vana lusinga anche questa! Come raggiungere la inimitabile elegia del martire dello Spielberg?».

Io, che ho letto più volte Le mie prigioni di Silvio Pellico e che, pur concordando con quanto scrive il Duca Bianco a proposito dello scrivere del Pellico, ritengo di non essere eccessivo se affermo che anche la scrittura di Carceri e Galere politiche è letterariamente bella, affascinante, corretta, stilisticamente adatta ai suoi tempi ma anche ai nostri. Basti pensare ai corsivi sempre appropriati o alla novità bibliologica per quei tempi dell’«Elenco alfabetico delle persone che si trovano nominate nei due volumi delle Memorie […] compilato dal signor Gaetano Martello, rappresentante la benemerita ditta tipografica “Fratelli Spacciante”, la quale ha contribuito, con disinteresse, alla buona riuscita della pubblicazione delle Memorie del Duca».

Come si sa, assieme all’altro nobile Nicola Schiavoni di Manduria, Sigismondo fu condannato

            «alla pena di anni trenta di ferri e alla malleveria di ducati 1000 per ciascuno, e per tre anni dopo espiata la pena» (v. G. Gigli, Sigismondo Castromediano, Formiggini Editore, p. 24).

Fu la condanna massima inflitta ai patrioti salentini. Più di ogni altro. Ciò fa pensare che la punizione fu tale perché entrambi i patrioti erano di origine nobiliare e quindi maggiormente responsabili di essersi messi contro il “proprio” re, prima Ferdinando II, poi Francesco di Borbone.

Nella ricostruzione delle vicende risorgimentali del 1848 un grande contributo alla conoscenza del ruolo di Sigismondo Castromediano (segretario del Circolo Patriottico Leccese) nel suo rapporto con Bonaventura Mazzarella (presidente del Circolo Patriottico Leccese) fu dato da Marcello Scardia che, su «Studi Salentini» (dicembre 1960), scrisse il saggio Sigismondo Castromediano e Bonaventura Mazzarella (pp. 178-257).

Ritorno ora a quanto scritto da Gaetano Gorgoni nella sua Premessa alla seconda edizione del libro. Egli scrive:

            «Il Duca Bianco, in una lettera del 6 febbraio 1893 [appena qualche anno prima di morire], confidava alla marchesa Ida del Carretto Fusco, la stessa amarezza: “Tutto dispare in questo modo e la bellezza e la virtù, specialmente quando succede una generazione che della virtù non vuol sentire nemmeno il nome”. Era la delusione di quanti vedevano svanire, nella prosa delle cronache quotidiane, i sogni della poesia delle grandi passioni risorgimentali. Ma in Castromediano si avvertiva qualcosa d’altro, ed era l’amarezza di chi, appena tornato a Lecce, dopo 15 anni di assenza, si sentì accusato di infami calunnie, come quella di avere con sé “casse piene d’oro” e di essersi arricchito “a spese dello Stato”./ A questi sordidi calunniatori Castromediano rispose con sdegno ribadendo che “essi, a contrastare i passi altrui non avevano che la calunnia, e la lanciavano contro i petti più illustri, le più alte cime, i nomi più venerandi. Si usò e si abusò sino a sazietà, sino alla vergogna dell’arma fatale, e con le parole e con la stampa, insidiando allo scuro e all’aperto, vociferando, affermando e giurando“» (pp. 2-3).

Questo passaggio del Gorgoni mi ha spinto a cercare in che cosa consistesse l’amarezza del Duca che, per la verità non fu il solo a sperimentarla, perché altri patrioti salentini la conobbero, fra cui lo stesso Bonaventura Mazzarella (Gallipoli), Antonietta De Pace Gallipoli), Nicola Schiavoni (Manduria), Oronzio De Donno (Maglie), Giuseppe Libertini (Lecce).

Ho cercato qui e lì, e finalmente ho trovato lo sconvolgente documento in cui Sigismondo Castromediano dichiara tutta la sua amarezza e la sua contrarietà a tutto ciò che, dopo l’Unità dell’Italia (1861), si contrappose agli ideali e valori che avevano contrassegnato il moto risorgimentale. Il documento è del luglio 1874, quindi quando il Duca era ancora nel pieno della sua maturità: aveva 63 anni. Scrive:

            «Domenica 19 stante [19 luglio 1874], l’ultima prova delle elezioni amministrative in questa città [Lecce] mi giunse contraria, e cesserò tra non guari dal far parte del Consiglio e della Deputazione provinciale/ Taluni ne ridono, e fra costoro chi non dovrebbe. […] Non entro a parlare del nuovo eletto, il quale per quanto meriti la mia stima, forse senza sua voglia, resta sempre l’eletto dei clericali./ Voi solo rimaneste al posto, o miei amici, e mi consolo con voi, che l’amor di patria, il solo e vero amor di patria vi assiste ancora: né vi ringrazio, significando il vostro voto non un omaggio alla mia persona, ma ai principi a cui voi ed io, siamo informati. Di ricambio consolatevi meco anche voi, che l’essere o no Consigliere provinciale nulla mi toglie, nulla mi aggiunge./ Quanto agitarsi in questi ultimi giorni! Qual baccano di defezioni, d’intrighi, di calunnie, d’ingratitudini! […] Voi conoscete del pari, come altri molti devono conoscere, che da un anno ho ripetuto in ogni luogo e in ogni convento, e pregato d’essere lasciato alla mia pace, perché stanco: e perché schiavo dei miei doveri trovandomi in cariche, trascurava due cose, non tanto facili d’essere trascurate, i miei studi prediletti e i miei interessi domestici, […] Fui rovesciato dai clericali, ed è naturale, ripeto. Essi sanno ch’io sia; che una vita logorata da ogni sorta di persecuzioni, di fatiche, di privazioni, e di stenti consacrai tutta e senza declinare d’un capello, o arrestarmi un minuto contro di loro; che fui pur io, per quanto valessi e le mie forze potevano permettermi, fra i rovesciatori di tirannidi e i creatori d’una Italia, stecco dei loro occhi./ Sanno, ch’io fui del primo parlamento italiano, il quale tirò loro sui piedi quei colpi mortali, per cui non hanno più speranza di risorgere, e che alto sostengo la bandiera delle libertà e del progresso contro quella dell’assolutismo e d’ogni anarchia, congiurando contro le loro astuzie, le malvagità, i mascheramenti, le imposture, le ipocrisie./ Sanno, che a riuscir meglio nei miei fini ho preso di mira di scuotere le masse dall’ignoranza, e nutrirlo col pane del sapere. L’ignoranza è l’unica base su cui essi poggiano, l’istruzione è la leva patente che li rovescia./ Vediamo s’io rimasi tenace e disinteressato al mio posto, e su i miei principi si mantennero saldi./ Sono cinque anni che sono Consigliere e Deputato provinciale. Gli atti di questi due corpi onorevolissimi non sono un mistero inaccessibile e chiuso negli scrigni e negli archivi; ma pubblicati anno per anno, mese per mese colle stampe sono sotto gli occhi di tutti./ Ivi troverete, come io nelle riunioni del Consiglio non mancai una volta sola, e in 450 riunioni circa della Deputazione nemmeno, eccettuatene una ventina a causa d’infermità o d’assenza da Lecce./ I miei ragionamenti, e perché non dirlo?, le mie proposte, il mio voto sono stati sempre per i vantaggi e la prosperità della Provincia, pel suo onore, pel suo decoro. Io per il riordinamento e la costruzione di nuove strade, io per le bonifiche e per l’incremento dell’agricoltura, dei commerci, dei traffici, arti e mestieri. Fu pel Consiglio di questo quinquennio, e per questa Deputazione che la Provincia vide ordinata la sua amministrazione, che nessuna pratica lamenta ritardo; che i debiti sparirono dal suo bilancio; e che la sua cassa non può rifiutarsi nemmeno ad un istantaneo pagamento. L’azienda pubblica è resa di ragione pubblica, sostenute liti minacciose, i balzelli con industriosi e sapienti ripieghi non accresciuti, né toccato il massimo, accordato dalla legge./ Ma io non intendo intrattenermi di quante il Consiglio e la Deputazione operarono in tutti i rami di amministrazione; ma di quanto giova al mio fine, e m’arresto solo sulla pubblica istruzione, ch’è la leva della quale feci cenno; tanto più che nella Deputazione ebbi l’onore d’essere preposto a sostegno ed incremento della medesima./ È sotto quest’amministrazione che i Comuni della Provincia ebbero tutti i maestri e le maestre elementari; si videro sorgere da per tutto ginnasi e scuole tecniche, sussidiate dietro meritevoli profitti e incontrastata utilità; il nostro Liceo fiorente, come non lo fu mai, per cui s’è messo mano ad ampliarlo con nuovi fabbrichi ed aggiunte; introdotte scuole primarie nei nostri due stabilimenti di Carità, il Garibaldi e il Principe Umberto; incoraggiate scuola tecnica, la normale femminile con convitto, e una casa colonica in Lecce; i sussidi alle scienze, alle lettere, alle belle arti e ai mestieri, regolati in maniera che difficilmente potranno non rispondere al fine; le biblioteche dei  capoluoghi di circondario, e le popolari circolanti sussidiate, la provinciale di Lecce ampliata di spazio e di opere in maniera che coloro i quali la visitano, non esclusi i forestieri, ne rimangano ammirati./ Pel volere di quest’amministrazione la Provincia concorse ai Congressi, alle Esposizioni, alle radunanze dentro e fuori Italia, per cui ultima non vi figurò in fatto d0intelligenza, e dovunque lasciò di sé buon nome./ Per essa vediamo premi largiti a chi progredisce negli studi, o a chi si coopera all’incremento dei medesimi, gabinetti di fisica, di storia naturale, e raccolte riguardanti le arti e le antichità. […] In questo stesso momento noi ci occupiamo della fondazione d’un altro Convitto, che potesse convenientemente accogliere in educazione le giovinette di mediocre fortuna, e ci occupiamo a pareggiare la nostra scuola tecnica e la normale alle governative. […] Gli altri non so perché mi negarono il voto, né più me ne intrattengo, lasciando loro il rimorso d’aver secondato il comune nemico, e d’avermi rinnegato. Duca Sigismondo Castromediano». (v. «Cittadino Leccese», 24 luglio 1874, pp. 8).

IL RISORGIMENTO SALENTINO A TUTT’OGGI CONTINUA A VIVERE NEI MONUMENTI ENELLE  INTITOLAZIONI A VIE E PIAZZE LECCE

1. PIAZZETTA SIGISMONDO CASTROMEDIANO CON LA MAGNIFICA

            STATUA DEL DUCA BIANCO ESEGUITA DALLO SCULTORE             ANTONIO BORTONE

2. PIAZZA GIUSEPPE LIBERTINI

3. L’ISTITUTO SUPERIORE DI SECONDO GRADO “ANTONIETTA DE             PACE” E VIA A. DE PACE

4. IL MONUMEMENTO SEPOLCRALE DI EPAMINDONDA VALENTINI NEL

            CIMITERO STORICO DI LECCE.

MONUMENTI E INTITOLAZIONE A CAVALLINO

1. CASTROMEDIANO FRAZIONE

2. PIAZZA SIGISMONDO CASTROMEDIANO

3. IL PALAZZO DUCALE

2. IL MONUMENTO SEPOLCRALE DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO

            NEL CIMITERO DI CAVALLINO

NEL RESTO DELLA PROVINCIA, NEI COMUNI PIÙ IMPORTANTI VI SONO VIE DEDICATE A SIGISMONDO CSTROMEDIANO

* A Carlo Poerio (Napoli, 1803 – Firenze 1867), dopo la sua morte avvenuta nel 1867, Castromediano pubblicò Mille Ottocento Quarantotto (Congedo Editore, 2014), libro curato da Alessandro Laporta, al quale aggiunge un suo scritto sul patriota napoletano. Così spiega le motivazioni: «Copia di suo scritto, acciò non si perdesse, il Poerio diede a serbare ad uno de’ suoi più fidi amici, il quale rifatta l’Italia, e visto libero ritornato in patria l’autore, gliela restituì. – Il mio Carlo, da cui più non mi divisi dopo che il dolore ci aveva congiunti in saldissimo affetto, un bel giorno del 1863 a Torino mi regalò il preziosissimo manoscritto, dicendomi tienlo per mia memoria, non lo pubblicherai se non dopo mia morte, però senz’aggiungervi nulla, nemmeno una parola che serva di chiarimento./ Con lo scrupolo maggiore adempio ora al volere di lui, e vi offro, o lettori, una gemma lasciatami da un tanto amatissimo e caro; una gemma d’anteporre alle burbanzose millanterie di oggi, e che vi parlerà di un’epoca da noi veduta ed attraversata, ma non più ricordata, poiché i facili eroi dell’oggi, non parrebbero tali se quell’epoca stesse troppo in evidenza. La pubblico ora, anche perché un illustre storico italiano, fra i più grandi storici moderni, quegli a cui pien di rispetto nell’Aula parlamentare dissi: mi par d’aver vicino la Storia vivente – questo storico trascinato dal dispetto e dalla passione spesso lo trovo in difesa delle brutte cause e tristamente calpestare i migliori fra i nostri – Disgraziato lui che sciupa l’ingegno e l’autorità acquistata a favore d’uno ingiusto e vergognoso passato» (pp. 10-11).

Come scrive Laporta «il “misterioso straniero” desideroso di conoscere le “disgraziate e memorabili sciagure del 1848″» è il Gladstone (v. . 123).   


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