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Arlecchino. Mitologie e significati intorno alla maschera lombarda

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Arlecchino. Mitologie e significati intorno alla maschera lombarda. Immagine tratta da Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni spettacolo del 2020

So cosa state pensando…
Un articolo su Arlecchino nel bel mezzo della stagione estiva, quando ormai, il Carnevale è trascorso da un bel po’.
Ma converrete con me gentili lettori, che il fascino della maschera è uno di quegli arcani che richiama l’attenzione di chiunque da tempi immemori.
Celare l’identità, svelare il mistero.
Pensiamo a quanti libri, film e programmi TV sono stati costruiti intorno a questo concetto seppur in maniera differente.

Qualche esempio?
Il cantante mascherato, il format di Rai Uno che vede celebrità nascondersi in variopinti costumi; La maschera di ferro, il film di Randall Wallace del 1998 con un giovanissimo Leonardo di Caprio nei panni dei gemelli Filippo e re Luigi XIV; ancora, in letteratura, ricordiamo Luigi Pirandello la cui simbologia della maschera determina, in un certo senso, la smaterializzazione dell’io in molteplicità differenti a seconda del contesto.

Concentriamoci ora sulla storia di Arlecchino, le sue origini e i miti intorno alla sua figura. Un viaggio che speriamo, possa coinvolgervi e donarvi nuove chiavi di lettura per interpretare immagini, nomi e simboli da una prospettiva diversa.

Perché, forse, se vi dicessi che la maschera lombarda ha a che vedere con gli inferi, questo caldo e questo caldo ci azzeccano un po’ di più col periodo!

Le origini di Arlecchino e carriera teatrale

Che lo chiamiate Arlecchino, Arlechì, Arlequin o Harlequin non importa, l’immagine che vi apparirà, sarà sempre quella del servitore lombardo, astuto e intraprendente con il suo inconfondibile costume a losanghe colorate, intento a contrastare i loschi piani del suo padrone Pantalone e a corteggiare la graziosa e furba servetta veneziana Colombina.
Quanto alle sue origini, la tradizione teatrale lo definisce come il riflesso della contaminazione tra lo Zanni (un’altra figura della Commedia dell’arte dal carattere spregiudicato e stravagante ma divertente) e i personaggi grotteschi e diabolici del folklore francese.

Un’opera di Frank Xvier Leyendecker che ritrae Arlecchino con Colombina

Quanto alla carriera teatrale della maschera lombarda invece, le fonti ci raccontano che nasce a metà del XVI secolo e il primo interprete fu l’attore bergamasco Alberto Naselli (o Gavazzi). Soprannominato Zan Ganassa, egli portò il personaggio di Arlecchino nelle piazze delle capitali europee del tempo.

Nonostante questo però, l’origine di tale figura buffonesca, risulta legata all’antichità, specificatamente alla ritualità agricola, dove Arlecchino veniva identificato con un demone ctonio, sotterraneo.

Ma tale argomento lo approfondiremo nel prossimo paragrafo.

Arlecchino, Re degli Inferi

Nel libro di Giorgio Ieranò intitolato Olympos. Vizi, amori e avventure degli antichi dèi vi è un paragrafo (all’interno del capitolo dedicato alla dea Artemide) proprio rivolto a un Arlecchino più oscuro, quasi infernale che rimarca quanto dicevamo poc’anzi.

La comparsa di un lato misterico-occulto della maschera lombarda appare già nel XII secolo, nella Historia Ecclesiastica di Orderico Vitale, quando il monaco storiografico inglese racconta della familia Herlechini, un corteo di anime morte guidato da un demone gigantesco, al quale sarà associata la figura di Hellequin.

Quale altro personaggio potrebbe ricordarci?

Sicuramente l’Alichino che appare nell’Inferno dantesco come membro dei Malebranche, un gruppo di diavoli incaricati di ghermire i dannati della bolgia dei barattieri che escono dalla pece bollente. E qui va fatto un riferimento alla maschera seicentesca: nera e ghignante (con un corno accennato) esattamente come il demonio nominato poco fa.

Va da sé che tale accezione diabolica della maschera è di chiara matrice cristiana.

Ricordiamo infatti, che in epoca pagana in occasione di feste particolari (solitamente nel periodo invernale ma non solo, basti pensare alla festività di Mezza estate che cadeva in prossimità di San Giovanni), si narrava che una folta schiera di spiriti, con a capo una divinità a seconda del pantheon del luogo, trapassava i confini dell’aldilà per visitare i propri parenti vivi.

Addirittura, secondo alcune culture nordiche, le Hellequins – o Herlequins – erano le donne che cavalcavano con la dea della morte Hel, durante le cacce notturne (da qui spiegato il collegamento di Ieranò con la dea Artemide e la corte delle sue ninfe).

Col trascorrere dei secoli, la radice Hel divenne il re Herla o Herlequin, cioè, letteralmente, il re degli elfi, il che spiegherebbe il lato del carattere più dispettoso e burlone di Arlecchino.

Incisione che ritrae la duplice natura di Arlecchino

Arlecchino: demone o signore della risata?

Certamente, il tratto che unisce la maschera della Commedia dell’Arte dallo spirito villanesco e arguto al diavolo ctonio è l’io profondo mosso dalle elementari passioni.

Un inconscio che a febbraio si veste di rombi multicolori.

Un demone scherzoso che a ottobre esorcizza la paura del nascosto.

Del resto, questo senso comico appare insito nella natura umana sin dall’antichità: fugare i diavoli attraverso la derisione degli stessi.

Basti pensare al Medioevo, dove demoni si aggiravano tra le scene delle sacre rappresentazioni, in maniera del tutto comica, tentando di eliminare i residui di un paganesimo ancora troppo radicato soprattutto nelle campagne, ed esercitava ancora un grosso potere.

E non dovrebbe poi sorprenderci più di tanto se questi esseri diabolici somiglino tanto alla natura umana. Dopotutto, sono frutto della nostra mente e semmai, dovessimo ripercorrere le loro storie, scopriremmo che prima di essere stati abitanti infernali, sono stati perlopiù impiccati, assassinati, giovani morti prematuramente, accusati ingiustamente o vittime di passioni travolgenti.

Ma sicuramente, più di tutto, questo dimostra come alcune tradizioni dai tempi più arcaici, rappresentino la costante personalità dell’uomo e ne spieghi, almeno in piccole porzioni, quel richiamo al mitologico mistero che risuona prima o poi, nella vita di ciascuno di noi.

Antonella Buttazzo

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