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I VERSI SATANICI DI SALMAN RUSHDIE

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Salman Rushdie

Salman Rushdie

di Francesco Abate

I Versi Satanici è un romanzo pubblicato nel 1988 dallo scrittore indiano naturalizzato britannico Salman Rushdie. L’opera si può considerare a tutti gli effetti un esempio di realismo magico mistico, infatti miscela vicende realistiche ambientate nella Londra di fine anni Ottanta con le storie dell’arcangelo Gabriele e di Satana, il tutto impreziosito da rievocazioni della vita del profeta Maometto.

L’arcangelo del Bene e l’angelo del Male sono i due protagonisti del romanzo, impegnati in una lotta eterna che a tratti si sopisce in due umane esistenze, salvo poi risvegliarsi in tutta la sua potenza. Gibreel Farishta e Saladin Chamcha sono due indiani musulmani che scampano miracolosamente ad un disastro aereo. Gibreel, che si rivela poi essere la reincarnazione dell’arcangelo Gabriele, fugge da una vita di successo come attore di film teologici, quindi anche come uomo comune svolge il ruolo di messaggero divino. Saladin, la personificazione di Satana, ha rinnegato le sue origini indiane per vivere nel mito dell’Occidente civilizzato e si guadagna da vivere doppiando numerosi personaggi, cambiando continuamente voce, quindi anche nella sua forma umana è ingannatore.

Sebbene umanizzati, spostati in contesti che di mistico non hanno nulla, i due protagonisti restano schiavi del loro ruolo sacro e finiscono per impegnarsi nella lotta che li coinvolge da sempre. La divinità fa solo una breve apparizione nella storia come spettatrice passiva, priva dell’amore per gli uomini che la religione gli attribuisce.

Il titolo del romanzo richiama alcuni versetti che il profeta Maometto recitò a La Mecca nel periodo in cui l’elite mercantile della città era restìa a convertirsi. In questi versi il profeta riconobbe l’esistenza di tre divinità femminili del culto politeista praticato nella città e il loro ruolo di messaggere divine, salvo poi rimangiarsi tutto il giorno dopo perché tale rivelazione, a suo dire, era stata un inganno di Satana.

L’episodio è esplicitamente richiamato (in forma romanzata, ovviamente) nel romanzo, in cui diverse fasi della vita di Maometto sono riprese, e insieme ad altre situazioni partecipa alla costruzione di un dubbio che è forse lo scopo per cui il romanzo è stato scritto, viene infatti da pensare che tutta la Rivelazione sia stata solo frutto dell’ingegno di un uomo per favorirne l’ascesa politica e sociale. Lo stesso arcangelo Gabriele, nel ricordare una delle numerose “rivelazioni”, manifesta il dubbio di non essere lui il suggeritore, ma di proferire in realtà solo quello che l’ascoltatore (Maometto) vuole sentirsi dire.

Rushdie in questo romanzo si diverte a giocare con l’Islam, ne stravolge i protagonisti e arriva a mettere in dubbio l’essenza stessa della religione, e questo ha generato dure conseguenze. L’ayatollah Khomeini ha emesso sullo scrittore una fatwa per blasfemia, lasciando dietro al libro una lunga scia di sangue: il traduttore italiano del romanzo fu accoltellato, quello giapponese addirittura ucciso, e l’editore norvegese che lo pubblicò nel suo paese fu ferito con colpi di arma da fuoco. Lo stesso Rushdie l’anno scorso è stato accoltellato durante una conferenza, perdendo così l’uso di un occhio e di una mano. Se le parole contenute nel libro ci spingono a riflettere sulla natura della religione, sul suo carattere effettivamente divino e sulla sua sudditanza alla politica, la sua controversa storia ci impone di guardare in faccia l’intolleranza religiosa e di comprendere la paura che le idee fanno a chi usa i dogmi per detenere il potere.

I Versi Satanici non è solo un romanzo sulla religione, ci impone anche delle riflessioni sul mondo in cui viviamo. I due protagonisti fuggono da quello che sono, Saladin addirittura rinnega la sua origine indiana e nasconde il suo accento, accecato dal mito di Londra. Entrambi però devono cedere il passo alla loro vera essenza, e lo stesso Saladin alla fine ritorna nel suo paese pronto a riabbracciare quella cultura e quella società da cui era fuggito, respinto da una Londra razzista e inospitale.

Per concludere, come sempre dico la mia. Sebbene questo sia considerato uno dei romanzi più importanti della letteratura mondiale contemporanea, io non posso dire di averlo gradito. L’ho trovato confuso come una strada affollata di Mumbai, con tanti personaggi e tante vicende intrecciate tra loro in modo quasi inestricabile, e quando finalmente sembra si stia arrivando a una conclusione si resta con l’amaro in bocca, come se il discorso si interrompesse prima di giungere a una logica conclusione. Si tratta di un romanzo originale e pieno di spunti interessanti, però alla fine lascia la sensazione di essersi persi per strada.

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