IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Iran e Afghanistan (viaggio in Vespa verso l’India) 

itinerario viaggio in India

itinerario viaggio in India

di Giorgio Càeran

Ho quasi settantadue anni e ho mezzo secolo di viaggi alle spalle. Nel 1977 decisi di compiere un qualcosa d’insolito: andare con una ‘Vespa 200 Rally’ fino in India e in Nepal, passando per l’Afghanistan. Dovevo contare solo su me stesso partendo con una Vespa già usata per andare a Capo Nord, sapendo che in Italia prima di me solo Roberto Patrignani fece un’esperienza di questo tipo in con una Vespa. Il viaggio in India, lungo più di 23mila chilometri, è durato undici mesi. Ebbene, nel Kurdistan turco mi capitò il grippaggio alla “Gigia” (la mia Vespa) pertanto feci una parentesi di sette mesi in Iran, che mi permise di toccare per mano ciò che mi girava attorno. Lasciai l’Italia dove le minigonne e i bikini andavano alla grande, e mi trovai in una realtà iraniana in cui tutto ciò era sparito nei luoghi pubblici; le donne erano coperte con il chador, e nessun uomo osava mettersi in costume da bagno. L’unica eccezione era Tehran, dove il chador era poco diffuso. Nel cantiere dove mi ero fermato a lavorare, trovato per caso dopo varie disavventure, non c’era un solo uomo che lavorava con i pantaloni corti, neppure quando la temperatura superava i 40°… figuriamoci le donne. Addirittura non era ben visto chi ascoltava musica attraverso una radio a transistor. Era il periodo in cui governava lo scià Mohammad Reza Pahlavi che poi, nel gennaio del 1979, fu spazzato via dall’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Ho assistito al flusso degli hippy che si spingeva fino all’Afghanistan, e circolavano voci che i nativi erano infastiditi da alcuni giovani europei che in certe zone montane gironzolavano perfino nudi. Questi stupidi comportamenti erano mal visti dalla gente del posto; dico stupidi perché avevano dato sfoggio alla totale impudicizia, nella maniera più irrispettosa verso gente islamica e pudica, e che forse, con il senno di poi, foto scattate all’interno di queste comunità avrebbero dato luogo in Occidente a un’interpretazione distorta del regime di Reza Pahlavi.

Lavorare in Iran è stata un’esperienza faticosa ma, nel contempo, è stata soprattutto una tappa fondamentale che mi ha permesso di guadagnare dei soldi utili per continuare il viaggio. E per di più ne ho approfittato per imparare il farsi, la lingua locale.

Sabato, 15 aprile 1978

Dopo sette mesi riprendere un viaggio interrotto è un qualcosa che dà una gioia immensa. Lascio Khoy (in Iran), un pittoresco e minuscolo centro caratterizzato da una fungaia di fragili e povere casupole, sparpagliate in gruppetti irregolari. Mentre supero alcuni passi di media altitudine, annoto che c’è un vento assai forte: è faticoso viaggiare in queste condizioni.

Scopro il posto per la notte, poco dopo Takestan dopo aver ho percorso 629 chilometri. Alle nove di sera, dopo essermi gustato una minestrina calda arricchita con lardo stemperato conservato sotto sale, mi corico nel sacco a pelo. Come affronto il pernottamento? Sempre allo stesso modo. È un’abitudine che non muterà nemmeno nei giorni a venire. Per prima cosa tolgo il telone che copre i bagagli posteriori, lasciando coperta la parte anteriore, poi elimino la cinghia elastica che lega la tenda e lo pneumatico sbarazzandomi di questi accessori. È poi la volta delle cinghie elastiche che avvolgono le borse laterali, tolte le quali posso infine prendere il sacco-letto bene avvolto, che poso sopra una copertura di plastica a lato del vespone. Dietro al cuscino schiero le borse laterali (o valigie, come chiamarle si preferisca); così facendo ottengo il risultato di trovare subito quel che mi potrebbe servire durante la notte. Non dimentico infine di tenermi accanto il borsello a tracollo, la borraccia dell’acqua, il fornellino a gas, la torcia a batteria e… i vestiti. Non provo paura alcuna mentre trascorro le mie notti solo e all’aperto: di certo è una questione di carattere e, ormai, d’abitudine.

Domenica, 16 aprile

Non dimenticherò i visi stupiti dei contadini che questa mattina mi hanno trovato assopito nel mio sacco-letto. Noto che ovunque è diffuso il color ocra delle case, costruite con vecchi mattoni d’argilla non cotta, fango e paglia: sembrano abitazioni fatte di sterco di animali e terra.

 Giungendo a Ramsar costeggio il mar Caspio le cui acque si trovano a ventotto metri sotto il livello del mare fino a Babol Sar. Verso sera sono a Babol, e poi trovo il posto per la notte. Trovo anche alcuni scocciatori, più curiosi che altro. Dopo aver assaporato, alla presenza dei curiosi, la gustosa minestra confezionata che passa la mia cucina, alle undici di sera mi stendo nel sacco-letto. Oggi ho percorso 561 km.

Lunedì, 17 aprile

Ricevo la visita dei curiosoni di ieri sera, che però mi aiutano a togliere la Vespa dal pantano in cui mi ero cacciato senza accorgermene.

A Gorgan, trovando uova fresche, ne bevo sei d’un fiato sotto lo sguardo divertito dei bambini. A circa duecento chilometri da Bojnurd il traffico diminuisce a vista d’occhio, meglio così perché è il modo di viaggiare che preferisco… lontano dal caos: ed è quindi il più facile. I villaggi si fanno sempre più rari.

La vegetazione, assai rigogliosa, sparisce dopo Dasht, lasciando di nuovo posto alla steppa in prossimità di un passo che per me è il primo della nuova serie. Geograficamente parlando, la Persia e gran parte del Medio Oriente sorgono su un vasto altopiano desertico e stepposo. L’altitudine è all’incirca di millecinquecento metri e i dossi ripidissimi si susseguono.

Arrivo a Bojnurd e dopo scopro il posto per la notte, non lontano da escrementi di capra, ma non c’è altra soluzione. Sono attorniato da ragazzini gentilissimi. Riscaldo la mia minestra in allegra compagnia.

Martedì, 18 aprile

Preparo il latte di capra offertomi ieri sera. Come ogni mattina, appena possibile, una volta ripreso il cammino faccio la scorta d’acqua che utilizzerò in seguito sia per far da mangiare sia per lavarmi. C’è un vento troppo forte che rallenta di molto la mia andatura. Che noia viaggiare controvento!

A Quchan, un centro distante ottanta chilometri dal confine sovietico, devio dalla strada principale per fare il pieno di benzina. Colgo l’occasione anche per acquistare altre dieci uova fresche, che bevo una dopo l’altra sotto gli sguardi incuriositi di parecchie persone che mi si sono riunite attorno.

S’incanta il filo del gas; mi fermo per sbloccarlo e approfitto della sosta per bere. È a questo punto che osservo un quadretto divertente. Un contadino spinge un asino che non vuol saperne di attraversare la carreggiata. La scena dura a lungo, tanto che non posso trattenermi dal ridere. Per parecchio tempo sembra proprio che il somaro abbia intenzione di non lasciarmi transitare.

Dopo aver percorso 529 chilometri alle nove di sera, seguendo l’itinerario per Tayyebat, approdo al confine con l’Afghanistan. È buio pesto e la dogana è chiusa. Mi sistemo qualche centinaio di metri più indietro. Preparo una minestra con l’aggiunta di uova; poi mi corico nel sacco a pelo al buio, perché la mia torcia non funziona.

Mercoledì, 19 aprile

Ho modo di conoscere due simpatici iraniani che attendono l’arrivo di un loro amico proveniente dall’India. Entrambi i giovani mi sconsigliano di dormire ancora all’aperto nelle nazioni che attraverserò, a cominciare dall’Afghanistan. Io però intendo fare orecchie da mercante. Dopo colazione mi avvio lentamente verso la dogana.

Alle tre e mezzo del pomeriggio, dopo la lunga procedura alle dogane e dopo aver spostato di trenta minuti indietro le lancette dell’orologio per adeguarsi al nuovo orario, finalmente ho via libera per l’Afghanistan. Oltre al visa touristique è richiesto il carnet internazionale di vaccinazione in cui devono figurare anticolerica e antivaiolosa. Pago 450 afghanis per l’assicurazione obbligatoria, senza la quale non si passa.

Il traffico è in pratica inesistente. A cinque chilometri da Herat prelevo di nuovo tre litri di carburante dal serbatoio ausiliare. Sono ostacolato nel procedere dalla mancanza di segnali stradali, nel senso che non ho idea di quali siano le distanze effettive tra un posto all’altro. In realtà, a saperlo, avrei potuto percorrere i pochissimi chilometri che mi separavano da Herat, e una volta giunto in città avrei provveduto a rifornirmi di benzina.

Verso le sei di sera sono a Herat, capitale del Khorassan, dove per prima cosa, per l’appunto, faccio il pieno di carburante. Procedendo ad andatura turistica, dopo un’ora e mezzo trovo il mio posticino per la notte.

Da queste terre inizia il vero Oriente. Si capisce dal comportamento delle persone, più distaccato, quasi sospettoso e meno invadente di quello dei turchi e degli iraniani.

Tantissima gente (ormai ho fatto il callo) osserva incuriosita le varie fasi del mio pernottamento. Con sommo stupore noto che qui nessuno tocca i miei bagagli. Contrariamente a quanto facevano turchi e iraniani, tutti si mantengono a una certa distanza, come se temessero qualche cosa. Chi tenta d’infrangere la regola è subito rimproverato da un altro. È uno spettacolo del quale io sono l’attore principale. Noto che fa colpo il fatto che, con l’acqua raccolta nella mia tanica, mi lavo le mani prima di mangiare. Quella gente, dispiaciuta perché mi accingo a dormire in modo scomodo, mi convince a uscire dal sacco a pelo e mi fa spostare in un luogo illuminato e quindi più sicuro. Sembrano tutti più preoccupati di me che possa succedermi qualcosa di spiacevole. «Ma sì, accontentiamoli!», penso tra me e me, e mi sposto.

Nel cuore della notte transita sulla strada una interminabile fila di dromedari al regolare tintinnio della piccola campana del capogruppo. In questa notte poco tranquilla sopraggiungono più tardi anche due lunghi greggi di pecore e un altro branco di cammelli, dal passo lento e misurato. Sembra di essere a una fiera di bestiame, fatta eccezione delle mandrie di vacche e buoi per il semplice fatto che questi ruminanti in Asia centrale non ci sono. La risorsa principale di questo misterioso Paese è l’allevamento: un merito particolare spetta a quello dei cavalli.

L’Afghanistan è aperto al turismo soltanto da dieci anni: tale fenomeno è iniziato intorno al 1967/1968, con qualche rarissima eccezione negli anni precedenti.

Giovedì, 20 aprile

Sono a Herat, in una città ricca di storia che invita a una sua visita. Di certo l’Afghanistan ha tante cose bellissime e interessanti, che meritano di essere contemplate in maniera approfondita. Il discorso in ogni caso rimane in sospeso: mi rifarò al ritorno, appena superato il Khyber Pass e lasciato alle spalle il monsone.

Dopo quarantacinque chilometri supero un passo all’altezza di 1.722 metri. Vedo dromedari in corsa: sono buffi con le loro gobbe al vento, le gambe anteriori diritte e le teste erette come araldi del Medioevo. Per ben tre volte devo attingere benzina dal serbatoio ausiliare, per un totale di undici litri. Il travaso è un’operazione lenta e tediosa.

Nel tratto da Herat a Kandahar, asfaltato con calcestruzzo dai sovietici, i benzinai sono soltanto tre e assai distanti fra loro. Certo il cemento è forte e, rispetto all’asfalto, non subisce alterazioni sotto qualsiasi veicolo in transito però, nello stesso tempo, è alquanto fastidioso percorrerlo anche perché, regolarmente distanziate, ci sono tante fessure tra i blocchi (le quali s’ingrandiscono nel tempo) che fanno sobbalzare. Lungo il tragitto che attraversa una landa desolata stile far-west dal suolo spuntano ogni tanto radi cespugli spinosi e qualche arbusto. A poca distanza dalla strada sorgono i villaggi dei tagiki sedentari. Le case assai spesso sono saldate le une alle altre, quasi a far intendere di essere un’unica costruzione. Attorno a queste costruzioni s’innalza una cinta, come a protezione di una fortezza, che lascia una sola o pochissime aperture verso l’esterno. Il materiale impiegato è identico a quello utilizzato dagli iraniani, con la differenza che qui i tetti sono emisferici anziché piatti.

Giungo a Kandahar, dopo aver percorso 578 chilometri. Gli ultimi settanta minuti sono stati interminabili a causa del buio completo. La mia Gigia non è munita del fanale anteriore originale, perciò la luce che produce è debolissima e non mi serve un granché. Trovo il posto per la notte: molte persone m’invitano ad andarmene indicando gli alberghi, ma i nomadi, nei loro abiti sgargianti, non lo fanno. Mi accampo accanto a loro, che dormono anch’essi all’aperto. Prima di addormentarmi penso che certe volte, nella mia condizione di motociclista, ho qualche privilegio. A differenza degli autisti, infatti, non pago alcun pedaggio per il transito nelle carreggiate.

Venerdì, 21 aprile

Un po’ per il forte vento, un po’ per il temporale, un po’ perché sono stufo di fungere da lepre per i temibili cani dei nomadi, un po’ perché non c’è fretta e le aquile possono aspettare, un po’ perché il vespone comincia a rendere di meno avendo problemi di carburazione… un po’ per tutto questo mi fermo a metà strada fra Kandahar e Kabul, precisamente fra Moqur e Qarabagh. Trovo sistemazione in una grande ex-autorimessa per macchine agricole. Sono accolto gentilmente da tre individui di etnia pashtun, che mi offrono latte, çai e pane. È bellissimo constatare che bastano una candela e una stuoia su un pavimento rudimentale per trovare la tranquillità interiore, mentre ogni forma di preoccupazione resta lontana. La nevrosi, che da noi ha condotto passi da gigante, qui deve ancora nascere.

Con i tre individui chiacchiero abbastanza, rispondendo alle loro curiose domande scandite in farsi e il trio fa altrettanto con me, esaudendo le mie. Il fatto che io comprenda il farsi sorprende favorevolmente chi mi ascolta, perché da un occidentale di passaggio ci si aspetta che parli inglese, giammai un idioma asiatico. Va detto che in Afghanistan non si parla il farsi ma il dari, una versione afghana della lingua iraniana e quindi assai simile. Sia in farsi sia in arabo si scrive da destra a sinistra, i numeri invece si fanno come da noi (da sinistra a destra), perciò bisogna indovinare lo spazio giusto da lasciare per le cifre. Stando in Iran mi è stato utile anche per conoscere (e saper scrivere) i numeri arabi e a capire – mi è stato spiegato – che sulle targhe dei veicoli non appare lo zero perché è un piccolo rombo e quindi difficile da vedere.

Sabato, 22 aprile

Il tempo è peggiorato; piove a dirotto e fa freddo. Decido di trattenermi ancora un po’ con questa gente povera ma assai dignitosa. Le donne, da quel che vedo, assomigliano per la verità a uomini travestiti in modo zingaresco; a loro spettano i lavori più duri. L’afghano è quasi immobile, raccolto nei pensieri, sembra estraneo a tutto ciò che succede nel resto del mondo e pare che non desideri per nulla conoscerlo. Eppure la serenità interiore è scavata su quei volti impenetrabili, sotto il turbante. Persone laconiche che ragionano in modo diverso, sia dal nostro, sia da quello degli altri orientali, una mentalità particolare, unica insomma. Le donne sono più loquaci.

Pranzo poi in una specie di bettola lungo la strada. Sui tappeti consumati, stesi sul pavimento, ci si raccoglie a gambe incrociate e a piedi scalzi. Il cibo è costituito da carne di montone e riso; la bevanda è il çai. Si mangia senza posate e raccogliendo il cibo con il pane; io mi adeguo a questa usanza per compiacere i gestori e gli altri clienti del locale. Ricevo, infatti, cenni di consenso dalla gente che mi sta attorno, anche per via del modo di esprimermi in farsi. È bello scoprire che arrivare in Vespa nei minuscoli villaggi susciti curiosità, ed è un avvenimento per gli abitanti del luogo. Penso, comunque, che qualsiasi straniero che giunga nei posti più sperduti con dei mezzi non abituali, pieno di bagagli, alimenti stupore. Riguardo invece alla simpatia nei miei confronti non saprei dire perché non ci faccio caso. Curiosità e benevolenza da parte dei nativi credo che vadano al di là del veicolo usato, bensì nasce dall’insieme di tutto: persona, bagagli e veicolo.

Quanto al clima, la giornata a intervalli dà via libera sia alla pioggia sia al sole, ma soprattutto al freddo. Dopo Ghazni supero un passo a 2.460 metri di quota. Alle sei della sera giungo a Kabul. Senza tanto riflettere alloggio nell’hotel Ariana trovato per caso sul mio tragitto. È questa un’infrazione alla mia regola di dormire all’addiaccio, ma l’eventualità di stare sotto una pioggia a scroscio non mi riempie di gioia. Sono a 1.797 metri d’altitudine.

L’indomani mi addentro nella città vecchia. La ragnatela di strade che porta al vastissimo mercato popolare (dove una volta c’erano i lussureggianti bazar coperti – i più grandi del mondo – che nel settembre 1842 furono per intero fatti saltare con la dinamite dagli inglesi, i quali poi lasciarono la città il 12 ottobre) è un qualcosa da vedere almeno una volta nella vita. Mongoli (o hazara) tirano i carretti cigolanti; a ogni passo tipi poco raccomandabili con l’aria da spacconi; clienti occasionali che contrattano o comprano; cantastorie, fedeli musulmani sunniti raccolti in preghiera, venditori mugolanti, fabbri e calzolai che lavorano all’aperto, ragazzini che sembrano scugnizzi napoletani, bottegai, donne che lavorano tessuti, qualche accattone agli angoli delle vie, dementi, sfaccendati, turisti europei fermi davanti alle vetrine. E ancora biciclette in ogni dove, una folla rumorosa che ondeggia in modo pauroso, confusione, cianfrusaglie, tessuti, tappeti, pellicce, strumenti musicali, macchine da cucire, boutique che mostrano le più estrose mercanzie, bancarelle… tutto è raccolto nella pittoresca maniera orientale in questo labirinto che sembra senza fine.

Questa e altre mie esperienze le ho raccontate nei sei libri pubblicati nell’arco di quarant’anni. Tra questi ci tengo tantissimo proprio all’ultima mia opera fatta: ossia la 2ª edizione di “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto”. È stata pubblicata nel 2023 da ‘Youcanprint’, ha 568 pagine per un formato di cm 17 x 24. Ci sono due prefazioni: una di Riccardo Costagliola (Presidente “Fondazione Piaggio” e quindi del “Museo Piaggio”) e l’altra di Luca Gianotti (guida di viaggi a piedi e tra i fondatori della “Compagnia dei Cammini”). A ogni buon conto c’è un Blog, che ha il titolo omonimo al libro, che spiega e illustra gran parte dell’impaginazione grafica.

Giorgio Càeran

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