IL PENSIERO MEDITERRANEO

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La raccolta delle olive. Una missiva di Sigismondo Castromediano

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Palazzo-Castromediano

Palazzo-Castromediano

di Maria Alessandra Marcellan

Il duca Sigismondo Castromediano (1811-1895), patriota, letterato e archeologo, mantenne per trentasei anni un carteggio con la baronessa torinese Adele Savio di Bernstiel, della quale aveva chiesto la mano nel 1860.

Nelle lettere che il duca inviava alla dolce amica dal suo palazzo a Cavallino (che lui chiamava Caballino, ricordando l’etimologia latina), si trovano frammenti di vita salentina, come questo.

Caballino 29 dicembre 1874[1]

Mia carissima Adele

Vi scrivo dal mio diletto ritiro, dove mi son recato per le feste natalizie, e vi rimarrò tutto il prossimo gennaio. […] Son venuto a Caballino anche perché in quest’anno il raccolto delle ulive è fertilissimo non solo per quantità di frutto, ma per eccellenza di olii. Vi desidererei un po’ meco qui per farvi osservare un mondo nuovo per voi altri del settentrione d’Italia. Qui le nostre campagne sono animate di vita e di lavoro. Gente a torme da per tutto gaie, operose, allegre, oblianti ogni miseria. Ogni albero rassembra una fitta rete di coccole nere su panno verde: ogni piccolo ramo conta tante ulive per quante perle a ciocche scendono dai capelli, dagli orecchi, e dal collo di bella e ricca signora; questi alberi fitti anch’essi s’estendono come selve per miglia di lunghezza e larghezza. Ad ogni cento passi vi scontrate con gruppi di venti o trenta tra donne, fanciulli, vecchi i quali raccolgono il frutto prezioso. Qua canti, colà ridere, più giù raccontar novelle e motti e scherzi. Le ulive cadute si raccolgono da terra ad una ad una e se n’empiono i panieri, poi i sacchi, i quali colmi si stendono di traverso sul dosso dei cavalli, dei muli e degli asini, o se ne caricano i traini, e via per i trappeti.

Qui le riceve poscia il frantoio, e poscia sottoposte ai torchi, braccia robuste le spreme anche fra i canti e le liete acclamazioni. I nostri trappeti sviluppano un caldo da ristorare da ogni rigidezza di stagione. E da sotto i torchi vedete a pioggia scendere l’olio e a catinelle, e tanto, da riempirne otri e botti, che poi da Brindisi, da Taranto e da Gallipoli partono per molti paesi del mondo. È così che lo straniero ci restituisce buona parte dei nostri milioni, toltici in altro modo colle loro industrie. Vorrei che foste qui con la vostra Signora madre: vi assicuro che per un momento dimentichereste i teatri e le brillanti società di Torino. Spesso ai forestieri che vengono a trovarmi mostro questo spettacolo, e lo chiamano nuovo e stupendo.

In una lettera all’amica Lucia Gray-Alexander il Duca non solo riporta una descrizione molto simile a quella appena letta, ma fornisce anche un ampio chiarimento sui trappeti.

Si chiama Trappeto fra noi il luogo del frantoio e ve ne ha degli antichi con macine e torchi all’antica e dei moderni forniti di tutto quanto la scienza e la mecanica [sic] moderna ha saputo investigare. I primi, sotto grotte scavate nel masso, non hanno luce se non da forti fiaccole, e vi si scende e vi si trova un calore confortevole nella presente stagione. In entrambe, una mula paziente gira la macina; dai lati braccia robuste che stringono i torchi. [] Quei trappeti lavoran anche di notte e da sotto i torchi si veggono in ogni ora scender gli olii a gronde e tanto da riempirne otri e botti.[2]


[1] Museo del Risorgimento Nazionale di Torino, Fondo Savio, cartella 378, n.46.

[2] Per la lettera e il rapporto epistolare del Duca con Lucia Gray, cfr. Fabio D’Astore, Mi scriva, mi scriva sempre…Regesto delle lettere edite ed inedite di Sigismondo Castromediano, Pensa Multimedia, Lecce 1998, pp. 30-37.


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