IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Roberto Buttazzo e il suo realismo immaginifico

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BUTTAZZO Arteficio

di Maurizio Nocera

Non so che fine abbia fatto un mio articolo del 2017, scritto per l’amico pittore Roberto Buttazzo. L’ho ritrovato intonso col titolo Roberto Buttazzo, pittore della pace. L’ho pubblicato?, e  su quale giornale? Boh! L’ho ritrovato grazie ad un ritratto a pastello che Roberto mi fece e che ora tengo appeso ad una parete. Osservando questo quadro, mi sono chiesto “ma io ho ringraziato questo amico pittore di Lequile?”. Sono andato quindi tra le mie tante carte ed ho rintracciato l’articolo di cui sopra.

Io però di Roberto ho ancora altre cose: ad esempio ho il suo bellissimo Roberto Buttazzo, Opere 1964-2000, Catalogo della Mostra di Alessano su iniziativa di quel Comune. È introdotto dal sindaco Cosimo De Casale, che scrive: «Le opere di Roberto Buttazzo ricostruiscono il percorso artistico di Roberto Buttazzo, attraverso quarant’anni di lavoro svolto con assidua e puntigliosa ricerca creativa»./ Il critico d’arte prof. Lucio Galante, che conosce bene il Nostro, attraverso una robusta critica, scrive: «Credo sia utile ricostruire i percorsi individuali, perché non sono essi che concorrono a delineare movimenti e tendenze, ma anche perché consentono di verificare il regesto cronologico degli eventi e il loro specifico modo di rapportarsi al contesto artistico nel suo articolato sviluppo storico, come spero di aver cercato di fare nel di Roberto Buttazzo»./

Il prof. Hervé A. Cavalera commenta il Cenacolo tra sogno e realtà (di quest’opera esiste un Dvd), una grande opera (la sua più impegnativa di 32 metri quadri) oggi collocata nella Chieda Madre di Tricase. Cavalera scrive: «Al Buttazzo, artefice di una pittura tra il classico e il metafisico, enigmatica nella sua apparente razionalità sì da farvi confluire retaggi diversi, al Buttazzo dunque il tema del sacro, di un sacro decisamente incarnato, non poteva che interessare, anche per la sfida da di fare al tempo stesso cosa nuova e antica, di rendere un passato lontano vissuto dal credente come eterno presente»./ Vittorio Balsebre, scomparso qualche anno fa, artista eccentrico e poligrafico, scrive: «La pittura di Buttazzo sa raccontare ma anche evocare, comunicare e coinvolgere sul piano emotivo, quanto più ampia è la sfera che raccoglie il messaggio, più condivisibile sarà il concetto proposto»./ In appendice nella parte relativa alle Testimonianze critiche, vi sono pubblicate lettere di Ezechiele Leandro, Nino Rollo, Carlo Franza, Vittorio Balsebre, Pietro Liaci, Tiziano Marcheselli, Franco Ventura, Francesco Riso, Anna Mavilla, Alessandro Errico, Luciana Palmieri.

Il catalogo delle opere di Roberto Buttazzo è talmente sorprendente che immediatamente ti viene voglia di andare nello suo studio oppure laddove sono oggi collocati i suoi dipinti per godere della visione diretta di ogni sua opera. Egli è grande esperto di drappeggi di ogni dimensione. Tant’è che Roberto, per le tante richieste di persone che volevano sapere di più di questa grande opera, fece stampare una brochure (Cenacolo della Chiesa Madre di Tricase,  formato in 4°), presentato da Antonio Ingletto (parroco), Maria Antonietta Timpone (Presidente Apolostolato della Preghiera) e Vittorio Balsebre.

Nel 2014, Marina Pizzarelli cura il cataloghetto Nella trappola della pittura, dov scrive: «La storia della pittura di Roberto Buttazzo è storia di una trappola-trappola per l’occhio e per la mente (anche di chi la contempla) che l’artista costruisce e che a poco a poco lo cattura, aggrovigliandolo tra i suoi fluidi e le sue immaginifiche illusioni. Lui se ne avvede e lo dichiara, da R. T. Autoritratto del 1993, nel retro muto, privo d’immagine ma allusivo ad una sorta di identificazione tra artista e opera, fino a Overdose (2014), installazione di siringhe piene di colore, droga quotidiana e viale».

Nel 2016, Marinilde Giannandrea (a cura) presentò un Cataloghetto della Mostra Nel frantoio ipogeo. Dialoghi di scrittura nel Comune di Castrì di Lecce, con opere di Roberto Buttazzo, Franco Dellerba e Bruno Maggio, con la presentazione del Sindaco Andrea Pascali, una nota dell’assessora con delega alla Cultura Erica Pellè e un’appendice di Franco Murrone e Daniela Rollo. Il testo critico è diella stessa Giannandrea, che di Buttazzo, scrive: «Roberto Buttazzo [è] presente con tre opere […] Sono gli spiriti-guida del luogo, che richiamano il passato e ci conducono al presente, hanno la qualità plastica della figura femminile e si illuminano come anime della notte, un po’ sensuali e un po’ ironiche , senza eccessivi ostacoli concettuali ma cariche di una poesia intima, animate da una lieve misura irridente».   

Un altro Catalogo ha per titolo Roberto Buttazzo. Il luogo dell’artificio. Opere 1960-2002, presentato dal sindaco di Lequile Antonio Caiaffa. Si tratta della Mostra (15-29 giugno 2003) al Palazzo Andrioli di Lequile. Il testo critico è di Toti Carpentieri, che scrive: «Cos’è la pittura, se non il luogo dell’artificio?/ E Roberto Buttazzo ne è pienamente consapevole, forse anche da quegli inizi figurali e figurativi che all’albeggiare degli anni Sessanta fermavano il suo occhio e la sua mano sulla monocromatica riconoscibilità architettonica ed umorale della sua città (la centralità dell’immagine) ma anche sulle suggestioni neorealiste dapprima e quindi espressioniste, e infine sulla specificità (analitica e intimista) delle figure e dei ritratti». Stupendi panneggi.

Un altro Cataloghetto che mi ritrovo tra le tante altre carte è quello relativo alla Mostra di panneggi e disegni (17-27 maggio 1995) al Castello “Carlo V” di Lecce dal titolo Dietro la tela. Il titolo si riferisce a un quadro in copertina che Buttazzo espone. Si tratta di un retro tela nudo dove c’è solo la scritta “Autoritratto“/ RButtazzo ’93. Il testo è del critico d’arte Francesco Riso, che scrive: «Ci troviamo sempre davanti ad immagini ricche di nuovi segni e contenuti, dove però i significanti hanno maggior rilievo. La serie dei quadri è tutta risolta nel gioco ambiguo delle doppie illusioni: il quadri non solo rappresenta il soggetto, ma lo riproduce fedelmente come fosse un oggetto reale, creando una momentaneo confusione d’identità fra l’immagine e la sua rappresentazione. […] In questo ambiguo gioco che mette in corto circuito realtà e finzione, l’arte di arroga il diritto di essere l’unica depositaria di una possibile verità, e Roberto Buttazzo ci dice che questa verità è la Bellezza».

Interessante un altro volume (Clausure. Viaggio senza bisaccia. Mostra di Roberto Buttazzo, Cosimo Damiano Tondo e Giuseppe Zilli nella ex Chiesa San Francesco della Scarpa a Lecce) con testo critico di Alessandro Errico (Arti in-grate), che di Buttazzo scrive: «Ogni corpo fissato nell’immobilità da Roberto Buttazzo è soltanto l’esoscheletro della mente. Figure al plastico. Donne esplodenti. Nella plastica che fa d’apnea la vita sospesa nel dubbio esistenziale. Sulla via del rifiuto che avvolge l’Occidente. Quando i sentieri del presente appaiono nel paradigma del sottovuoto spinto. Obitorio sensoriale. Macelleria dei sentimenti. Pelle dal confine in trasparenza, frontiera dell’inarrivabile prossimità. Come spazi che corrispondono ai punti di fuga dell’inanimato, dove inserire archetipi di persone: l’essere umano è il punto in cui disappare». Altro testo critico (Clausure. Itinerario tra pensiero e azione) è quello di Cecilia Leucci, che scrive: «Utilizzando colori tenui ma dirompenti, Roberto Buttazzo, artista visionario e geniale, realizza dieci pannelli con nudi femminili, in cui l’immagine della donna si libera – fotogramma dopo fotogramma – di tutte le sovrastrutture morali, fisiche psicologiche che ne limitano i movimenti. Come una sorta di evoluzione da bruco a pupa ed infine a farfalla, la donna di Roberto Buttazzo si affranca da ogni impedimento dell’esistenza, fino a diventare pura carne e spirito; fino a rendere visibile al mondo la propria essenza femminile, la propria intrinseca uanità ed il proprio valore di essere inequivocabile e concreto, fatto di colori caldi, pelle, ossa e capelli scarmigliati, in un turbinio di pieghe e panneggi che fa tornare col pensiero alle opere dagli anni Ottanta in poi di Roberto Buttazzo». Altro testo filosofico a se stante (La chiusura o della Misantropia)  è quello di Anselmo Caputo.

Nel 2019, un altro bel Catalogo ha per titolo Idée Fixe. Opere scelte dal 1960 al 2014. La Presentazione è di Loredana Capone, presidente del Consiglio regionale di Puglia, mentre Luigi De Luca, direttore del Polo Biblio-museale di Lecce firma il testo Dipingere un quadro. La cura è di Carmelo Cipriani, che, nello scritto Negli autoritratti la storia del cambiamento, scrive: «Attraverso il panneggio Buttazzo dà forma ai propri pensieri mediante inedite composizioni, stravolgendo il significato dell’oggetto di partenza. Ed è proprio un ampio panneggio verde quello dal quale si sporge il volto dell’artista riflesso in uno specchio, Autoritratto con uva e lanterna del 1979». Il testo critico (Il gemello che non è. Roberto Buttazzo e il suo doppio temporaneo) di Alessandro Errico, dice: «Roberto Buttazzo, nel cospargere il tempo sulle tele della propria pelle, ha ritratto il gemello che è stato nell’istante in cui non è più». Da parte sua Brizia Minerva, nel suo testo critico (Sul disegno di Roberto Buttazzo) scrive: «Se si considera l’opera di Roberto Buttazzo dall’alto di una sintetica e panoramica visione complessiva di tutta la sua attività svolta fino ad oggi, quello che colpisce è innanzitutto la straordinaria coerenza del suo lavoro».

BUTTAZZO-Ideee
BUTTAZZO-Ideee

Nell’appendice delle Testimonianze sono pubblicate quelle di Vittorio Dimastrogiovanni, Pietro Liaci, Franco Ventura, Nino Rollo, Renato Centonze, Raffaele Spada, Luigi Rizzo, Alessandro Errico, Francesco Pasca, Sandro Greco e Corrado Lorenzo, Ezechiele Leandro, Pare Rosario, Damino Tondo e Vittorio Balsebre, Vito Mazzotta, Luciano Caramel, Lucio Galante. Tra l’altro, quest’ultimo è autore de Le storie di San Vito (brochure del 2017): «I tre dipinti che Roberto Buttazzo presenta al pubblico in occasione della festività del Santo [Vito] patrono di Lequile gli sono stati commissionati nel lontano 2005 dall’Amministrazione comunale per essere sistemati nella locale Chiesa matrice. Non sono per lui le prime opere di soggetto religioso, avendo già realizzato Il Cenacolo per la Chiesa Madre di Tricase, Il sogno di Giuseppe e Giuseppe Artigiano per la Chiesa di San Giuseppe Patriarca a Copertino e L’elemosina di Santo Egidio per il Convento francescano di Lequile».

Nel 2021, viene pubblicato il volume Prima che mi dimentichi. Episodi, incontri e storie nel mio viaggio artistico. Si tratta del percorso autobiografico di Roberto Buttazzo, che pubblica riflessioni e ritratti della sua vita artistica. Presenta il volume Salvatore Luperto, che scrive: «Il libro […] è una raccolta di ricordi e e soprattutto di ritratti disegnati coi pastelli, carboncini lumeggiati con tratteggio bianco».

C’è anche un testo critico (Il nodo al fazzoletto) di Alessandro Errico, che scrive: «Nello specchio assolato della memoria s’incontra Saturnio Primavera, ebanista dei cuori in fuga dei versi e prigioniere dell’intarsio inquieto. Oppure il mai dimenticato Nino Rollo e la mostra che non mostra ma dimostra di quanti mostri è fatto il mondo. Appare, maestoso come una carezza e solenne come un turbinio di tramonti, Norman [Mommens] e il suo diploma vergato col sangue della pietra, anima vagante negli spiriti magnetici che si contendono il luogo./ A fine schizzo di parole, quando si svolta l’angolo delle gradazioni cromatiche instillate a penna da Buttazzo, si rimane a fiato sospeso, rincorrendo gocce di nostalgia e quasi imprecando per la brevità che priva l’orlo della fantasia di scucirsi e invadere il tempo ritrattosi». Il profilo biografico è di Anna Panareo, mentre i ritratti pubblicati sono: Mia madre (1973), Mio padre (1968), Nicola Perrone (s. d.), Mio fratello Lanfranco (2000), Edoardo De Candia (anni ’60), Ezechiele Leandro (s. d.), Nino Rollo (1973), Domenico Pacione (s. d.), Padre Rosario De Paolis (s. d.), Vittorio Balsebre (1998), Gerhard Cerul (1978), Gianni Mattioli (1983), Norman Mommens (1988), Marcello Gennari (s. d.), Renato Centonze (s. d.), don Antonio Ingletto (anni ’90), don Tonino Bello (s. d.), Saturnino Primavera (s. d.), Cosimo Damiano Tondo (1999), Alessandro Errico (2000), Francesco Pasca (2018), Giovanni Valletta (s. d.), Franco Ventura (2018), Vito Mazzotta (1990), Pietro Liaci (2001), Enzo Miglietta (2002), don Luciano Forcignanò (2005), Marina Pizzarelli (2014), Raffaele Spada (2016), Franco Natale (2017), Nando Lianò ( (2018), Salvatore Caiulo (2018), Giuseppe Greco (2018), Salvatore Luperto (2021), Anna Panareo (2021), Gianni Scupola (s. d.), Lucio Galante (s. d.), Sandro Greco (s. d.), Bruno Maggio (s. d.), Mio fratello Carmelo (s. d.).    

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ROBERTO BUTTAZZO PITTORE CHE DIPINGE LA PACE

Era l’aprile 1984, quando nel castello “Carlo V” di Lecce, demmo vita alla Conferenza per la pace e la vita, contro la guerra nucleare. Per l’occasione avevamo invitato il prof. Ettore Biocca, il partigiano Angelo Cassinera, il giornalista Manlio Dinucci e il prof. Raffaele De Grada, critico d’arte e grande esperto di problematiche legate al mondo dell’arte. Per l’occasione avevamo pure tappezzato la più importante sala della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di numerose opere di artisti salentini: in tutto più di cento dipinti. Fra questi il dipinto anche di Roberto Buttazzo.

L’avevamo contattato nella sua Lequile, e nel suo studio gli avevamo spiegato l’importanza della mostra, dicendogli che spesso le guerre non nascono solo nelle fabbriche di armi, ma anche nelle menti delle persone. Gli avevamo pure detto che sarebbe stato per noi importante esporre una sua opera, perché con essa, assieme a tutte le altre, volevamo riaffermare l’importanza e il ruolo fondamentale della cultura e dell’arte nell’educare i popoli alla pace e alla convivenza civile. Gli avevamo detto dell’importanza dell’art. 11 della Costituzione italiana, che riafferma: «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni: promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Roberto volle sapere chi già aveva aderito all’evento, ma poi, senza neanche ascoltare chi c’era, ci rispose subito che avrebbe partecipato con un suo dipinto. Bastava solo attendere qualche giorno, poi potevamo passare dal suo studio a prenderlo. Ricordo che l’opera che ci diede era una tela settanta cento. Al centro del dipinto un lenzuolo bianchissimo su sfondo nero che sembrava uscire dal telaio e riversarsi sull’osservatore.

Durante l’esposizione della mostra, dal 6 aprile all’8 maggio, ci fu più d’uno che esternò apprezzabili commenti nei confronti del dipinto di Buttazzo. E già il prof. Lucio Galante aveva dato un suo primo giudizio sull’opera più complessiva dell’artista. Nello specifico, in merito alla sua intenzione di dipingere scampoli di stoffa, Galante, a proposito dell’opera Senza titolo (1980), scrive della sua «emblematicità», nella quale «l’estrema esattezza nella resa del drappo rosso che si modella sulla forma del ripiano a spigolo nel gioco insistito delle pieghe, quasi a voler sottolineare la casualità della sua collocazione» (vd. Comune di Alessano, Roberto Buttazzo. Opere 1964-2000, p. 8).

Ai drappi buttazziani, Galante dedica non poche pagine, perché in essi individua un evidente «scombinamento delle regole che sono alla base della rappresentazione “realistica” l’aspetto più allucinato e inquietante dell’immagine [il riferimento è sempre ai differenti drappi], il quale trova spiegazione nella tendenza, fattasi sentire nel corso degli anni Sessanta e Settanta, a guardare al Surrealismo come possibilità espressiva capace ancora di dare corpo alle urgenze e alle problematiche esistenziali (cfr. Op. cit., ibidem).

Anche il critico d’arte Toti Carpentieri trova modo di esprimere un convincente giudizio sull’arte iperrealista dei panneggi di Roberto Buttazzo. Lo fa in occasione della mostra intitolata Il luogo dell’artificio. Opere 1960-2002 (Comune di Lequile, 15-29 giugno 2003). Nel catalogo che accompagna l’evento, Carpentieri scrive che agli inizi degli anni Ottanta «nelle opere di Roberto Buttazzo scompare del tutto la figura umana, e la stoffa diviene protagonista assoluta, in un alternarsi di pieghe che sconfinano nella metafora, tra allusioni e riferimenti e misteri. Tessuto, quindi, ma anche sudario e sorta di pelle. Identità dell’arcano, e impronta dello stesso».

Infine anche Marina Pizzarelli, altra critico d’arte leccese, esperta indagatrice del mondo subcoscienziale degli artisti salentini, ad affermare nel catalogo Nella trappola della pittura (Lecce, Fondazione Palmieri, 11-26 ottobre 2014) che il percorso artistico buttazziano «dai ritratti ai paesaggi, dalle nature morte ai manichini, dai drappi (anni ’80) ai retro-tele (anni ’90), tutto confluisce in un unico modello del discorso il cui tema fondamentale si riferisce a questa riflessione assorta e costante: l’arte come oggetto di se stessa, ma non esclusivamente nella sua riduzione retinica, bensì nella sua introspezione mentale» (vd. Cat. cit., p. 4).

E in altro luogo artistico-letterario, Pizzarelli scrive che: «da sempre il panneggio ha affascinato gli artisti: dai pepli fidiaci del Partenone alle classiche cadenze rinascimentali, dai vortici barocchi ai sacchi di Burri, alle tele ingessate di Manzoni […] Buttazzo riserva nel suo lavoro uno spazio sempre maggiore a questo tema. Dapprima elemento classico della composizione accademica, via via si evolve in metamorfosi rispecchianti movenze umane, fino a diventare protagonista assoluto dell’opera, ad assumere un respiro fisiologico e carnale: c’è qualcosa di vivo, d’organico in quei panneggi, talvolta fasci muscolari, talaltra particolari anatomici, sessuali […] Sembrano memori, quei drappi, del modellare in cartapesta, dei panneggi gonfi e vorticosi di santi e madonne, di quel sapiente e complesso procedimento manuale e delle sue possibilità mimetiche» (vd. M. Pizzarelli, Va in scena l’arte dei drappi, in «Qui Salento», giugno 2003).

Ecco. Sono partito da quel lenzuolo bianco su sfondo nero, dipinto su una tela settanta cento nel 1984 dal pittore Roberto Buttazzo per significare l’importanza della cultura e dell’arte nel compimento della vita d’un umano nel contrastare i pericoli di morte, fra cui quelli più micidiali sono quelli derivanti dalle guerre.

A questo stesso spirito di pace e di vita si rivolgono oggi anche le tre ultime tele di arte sacra proposte dal pittore lequilese.

Autoritratto Muto
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