IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Visioni di città: intervista ad Angelo Salento, professore di sociologia economica dell’Università del Salento

Foto di Luigi Ghirri della Marina di Ravenna

di Enrico Conte

Photo di Luigi Ghirri

  “Mi sentivo  una medusa, trasportata dalle correnti marine, tra passato e presente. L’anziana mi prese la mano, e ci perdemmo nel troppo di oggi – guardati intorno, mi disse, e guarda le cose come sono – lasciandomi una sensazione tra le dita.” (Anna Maria Nuzzo)

Chiuso il ciclo di interviste volte a stimolare una riflessione sulle trasformazioni in atto del fenomeno urbano, e sulle visioni che primi cittadini cercano di travasare sul territorio, con il  contributo dedicato a Trieste, al suo Sindaco, Roberto Dipiazza messo a confronto con un rappresentante dell’opposizione in Consiglio comunale, Riccardo Laterza, con le interviste ad Alessandra Buzzo, ex Sindaca di Santo Stefano di Cadore (Belluno), a Valentina Avantaggiato, Sindaca di Melpignano(il paese del Festival “Notte della Taranta”, in Salento-Lecce) e al Sindaco di Melendugno, Maurizio Cisternino, che ha parlato della relazione della sua comunità con il  gasdotto Tap. Una conversazione con Angelo Salento, Professore di sociologia economica e di sociologia dello sviluppo territoriale nell’Università del Salento.

D. Prof. Salento, che idea si è fatto rileggendo le interviste a questo piccolo campione di amministratori locali, tra il nord-est e il sud del paese? Cosa rende così incomparabili i sistemi di   governo locale e nazionale: stabili e continui i primi, continuamente instabili i secondi?

La prima domanda che viene spontanea in questi giorni, tanto più incalzati dalla cronaca e dalla crisi del Governo Draghi che ha portato alle elezioni del 25 settembre, è questa: cosa consente sul territorio, e nei Comuni, di governare con continuità per 5 anni, e poi magari anche per gli altri cinque consentiti dalla legge sull’elezione diretta, rimettendo ai cittadini il compito di valutare, attraverso il proprio voto, il lavoro che è stato fatto e i risultati raggiunti dal Sindaco e dalla coalizione che l’ha sostenuto?

R. C’è un innegabile incomparabilità fra la politica nazionale e l’amministrazione degli enti locali. La scelta degli amministratori locali avviene per lo più sulla base di un orientamento pragmatico, una fiducia nelle capacità gestionali degli amministratori. La scelta dei rappresentanti politici nazionali avviene tradizionalmente sulla base di affiliazioni politico-culturali, ma più recentemente anche sulla base di pulsioni anti-sistema. La politica nazionale è particolarmente instabile perché è esposta a una conflittualità che si è venuta aggravando: da quando il sistema dei partiti ha abbandonato i tradizionali riferimenti ideologici, siamo passati a una micro-conflittualità esasperata, che si esercita sul nulla, basata su escamotage comunicativi, sulla sovraesposizione dei leader, sulla tendenza a costruire programmi elettorali basati non su prospettive politiche di ampio respiro, ma su “ricette” molecolari, promesse che non possono essere mantenute. Il passaggio a un sistema elettorale maggioritario, anziché ridurre questa tendenza, l’ha accentuata. È chiaro che bisognerebbe ripensarci, ma la politica contemporanea soffre di una sorta di sindrome ossessivo-compulsiva che porta a interpretare la riduzione dei livelli di rappresentatività del Legislativo come una soluzione, come un guadagno di “governabilità”, mentre è soltanto un progressivo smantellamento della democrazia. Così crescono nell’elettorato disaffezione e risentimento, e prendono forza populismi e pulsioni autoritarie.

D. È emersa anche nelle parole di una delle Sindache, la crisi dei partiti, e la tendenza da parte del personale politico di coalizioni di liste civiche ad amministrare per problemi e con prospettive per lo più di breve periodo. Pensa che anche questo concorra alla crisi di visione che sta condannando il Paese a non fare scelte importanti o a vivere sul piccolo cabotaggio? 

R. In effetti, anche su scala locale si procede senza un orizzonte politico percepibile. Qualche volta questa sorta di miopia aiuta il quieto vivere delle amministrazioni, proprio perché permette di evitare il conflitto su questioni di ordine prettamente politico. Ma nel complesso impedisce di elaborare quel livello di innovazione del quale anche gli enti locali avrebbero bisogno per affrontare le crisi e le sfide di questo nuovo secolo.

D. Paesi o Borghi da recuperare? E le aree interne della Strategia nazionale per le aree interne (Snai), con 3.834 Comuni il 48,5% del totale, con 13 milioni di persone, il 23% della popolazione residente nel Mezzogiorno (dove il 65% dei Comuni rientra della platea), il restante nel Centro Nord (Fonte Istat). Basteranno il PNRR e il Fondo Coesione a risollevare questi luoghi, che sembrano destinati all’abbandono, al decremento demografico e all’emigrazione dei giovani?

R. Sono risorse importanti, ma da sole non bastano. Da venti o trenta anni si è imposta – non solo nel discorso politico, ma anche nelle scienze sociali – la convinzione che la prosperità si produca soltanto nelle città. In particolare nelle grandi città ma, a certe condizioni, anche nelle città di dimensioni medie. Parliamo quindi di agglomerati che contano dai 200.000 abitanti in su. Il fatto è che in Italia solo 10 milioni di abitanti su 60 vivono in agglomerati siffatti. E non si tratta sempre di città che brillano per prosperità e benessere, anzi. Non sono soltanto le aree interne, ma anche quella che potremmo definire “l’Italia di mezzo” – fatta di città più piccole, provinciali – a soffrire di marginalità. Questo processo è legato all’idea che sviluppo voglia dire competitività. È chiaro che, in questa prospettiva, i contesti che non sono “competitivi” e che non possono esserlo – dalle tante città medio-piccole sino ai paesi più interni – tendono a perdere senso e significato. Invece bisognerebbe capire che un paese come l’Italia ha bisogno di uno sviluppo policentrico, in grado di sostenere il benessere anche nelle aree cosiddette marginali, anche perché molte di esse sono oggettivamente luoghi di grande pregio, mentre le grandi città possono essere un inferno per chi non è benestante. Non credo che abbiamo bisogno di una retorica dei “borghi”, che inclina alla valorizzazione turistica; piuttosto, dovremmo restituire dignità ai paesi, senza la pretesa che il loro futuro passi attraverso una messa all’incanto turistica. Quindi, non basteranno interventi di finanziamento una tantum. Occorre invece una politica dei servizi e delle infrastrutture che costruisca vivibilità.

“Paesaggio urbano” Opera di Mario Sironi

D. Il PNRR è stato paragonato al Piano Marshall del secondo dopoguerra, ma quest’ultimo, come ci ricorda Gianfranco Viesti, nel suo ultimo “Centri e Periferie”, fu rivolto alle strutture industriali esistenti e da ricostruire cosa che, va detto, lo differenzia dal Recovery plan che dedica molte risorse a strutture nuove e servizi come, per esempio, quelli sanitari. La convince il PNRR?

R. Credo che il PNRR soffra di molti limiti. Primo fra tutti quello di essere un piano di matrice schiettamente tecnocratica. Da questo deriva anche la sua impostazione, con una distribuzione della spesa assai squilibrata su alcuni settori. Credo che sia comunque un’occasione da prendere sul serio, se non altro perché è tutto ciò che abbiamo a disposizione per costruire nuove opportunità. Nel frattempo mi pare che bisognerebbe mettere a fuoco almeno tre questioni importanti: la prima è che non ha senso investire una tantum su grandi opere se poi si continuano a ridurre le risorse per la spesa corrente, le quali servono a utilizzare effettivamente le opere che si realizzano (ad esempio, una volta che si sia sviluppato un ramo ferroviario, non è detto che si eserciti anche il servizio di trasporto); la seconda è che non occorrono soltanto spese, ma anche regole e organizzazione affinché le risorse siano ben spese (qui vengono in mente i bonus, che semplicemente finanziano azioni individuali, mentre avremmo bisogno di interventi programmati, progettati, coordinati, gestiti); la terza è che il Paese ha bisogno di un coinvolgimento delle grandi imprese a controllo pubblico – che sono attori economici e organizzativi potentissimi – per la realizzazione di grandi progetti di utilità collettiva, mentre da almeno quindici anni queste grandi imprese sono gestite da manager che guardano soltanto alla massimizzazione dei dividendi (e quindi delle loro remunerazioni).

 D. Recentemente la Svimez, nel suo Rapporto 2022, ha messo in discussione “il meccanismo competitivo di allocazione delle risorse del PNRR …. mettere in competizione gli Enti locali- prosegue il Rapporto – ha allontanato lo strumento dal rispetto del criterio perequativo che avrebbe dovuto orientare la distribuzione territoriale delle risorse disponibili, per raggiungere l’obiettivo di riequilibrio territoriale”.

R. Ripeto: l’idea della competizione e della competitività è un’ossessione della nostra epoca. Ogni atto di allocazione delle risorse viene concepito secondo una logica premiale. È chiaro che, in questo modo, le risorse si indirizzano verso chi ne ha già di più, come avviene normalmente nel cosiddetto mercato. E questo, ribadisco, mi sembra dipenda soprattutto da una grande rinuncia, più o meno tacita ma evidente: cioè dall’aver rinunciato a pensare che sia possibile programmare e progettare sulla base di criteri di utilità collettiva, sulla base di priorità di ordine economico-sociale.

D. Sono sufficienti gli sforzi che sono stati fatti dal governo nazionale e dalle Regioni in questi ultimi due anni per abilitare il Paese a spendere le risorse entro il 2026, oppure ha ragione la Corte dei Conti che ha recentemente detto che “ci vorrebbe uno sforzo maggiore in fase di programmazione, al fine di evitare il sovrapporsi di finanziamenti e di interventi, operazione questa che richiederebbe a monte una importante riqualificazione della pubblica amministrazione, tale da consentire una pronta individuazione degli interventi, in uno con adeguate modalità di monitoraggio dell’attività svolta”.

R. Ecco, questa incapacità di programmare, progettare, coordinare è proprio quello che a me pare il risultato di una postura ideologica: cioè di un’idea prettamente neo-liberale dello Stato, secondo la quale bisogna diffidare della capacità progettuale della mano pubblica. Mentre la storia repubblicana ci insegna che, almeno sino alla fine degli anni Cinquanta, le basi del benessere dell’Italia sono state costruite grazie all’intelligenza e alla lungimiranza di tecnici e manager pubblici. Ma – lo dice la stessa Corte dei Conti – purtroppo l’ideologia neo-liberale ha indotto a indebolire, nel tempo, i ranghi dell’amministrazione pubblica. Così che, oggi, quand’anche si volesse riprendere a progettare, bisognerebbe innanzitutto preoccuparsi di ricostituire una popolazione di tecnici e amministratori pubblici all’altezza delle sfide. Ecco, questa è una quarta grande questione che aggiungerei alle tre precedentemente indicate: la costruzione di una nuova generazione di dirigenti e di tecnici, attraverso una selezione basata sulle capacità progettuali.

“La fotografia d’architettura” di Gabriele Basilico

D. Nella narrazione attuale, ci dicono le Sindache intervistate, si tende a enfatizzare i Borghi, scordandosi dei paesi che sono la vera comunità. I Borghi riguardano una dimensione urbanistica mentre nei paesi c’è la comunità, nei paesi i comportamenti individuali diventano pratica collettiva.

 I Comuni, incalzano le Sindache, sono l’anima dei territori e citano Cesare Pavese ”un paese ci vuole, se non fosse che per  il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

R. Sì, certo. La corsa dei paesi a rappresentarsi come “borghi” è il risultato di una deriva: cioè dell’idea che ciò che può salvare il benessere di un paese, grande o piccolo, è soltanto il successo turistico, trasformando i luoghi in spazi di “leisure”, enfatizzando il patrimonio della cosiddetta cultura enogastronomica eccetera. Ma, come dice l’antropologo Vito Teti, se in un paese in via di spopolamento arrivano cinquecento turisti per un mese, di certo non risolvono il problema. Dobbiamo invece recuperare l’idea di costruire il benessere degli abitanti, sia di quelli che restano per necessità, sia di quelli che possono restare per scelta, e finanche di coloro che possono scegliere di trasferirvisi. Occorrono da un lato servizi e infrastrutture sociali, strumenti di mobilità e di connessione; dall’altro, attività economiche innovative, non necessariamente a base tecnologica, in grado di produrre opportunità e reddito. Oggi molte condizioni favoriscono questa possibilità: le connessioni telematiche, ma anche le migliori condizioni di vita che si possono godere nel paese piuttosto che nelle città, sotto diversi profili: ambiente, paesaggio, tempi, alimentazione, disponibilità di spazi, di suoli agricoli eccetera.

D. Il ruolo dell’Università e della ricerca nei processi di sviluppo locale, ricerca di base, ricerca applicata, terza missione delle Università. Quale può essere il ruolo delle Università nei processi di sviluppo delle comunità locali, magari anche molto piccole e lontane dai centri che fanno ricerca? Melpignano ha attivato una collaborazione con Università del Salento e quella di Pollenzo nelle Langhe, Scienze gastronomiche, fondata da Carlo Petrini.

R. Tutte e tre le cosiddette “missioni” delle Università – ricerca, didattica, trasferimento di sapere al territorio – sono decisive nelle dinamiche del benessere, anche su scala locale. La stessa esperienza salentina mostra che la presenza dell’Università, che a Lecce è nata nel 1955, è decisiva per la costruzione di una “formazione specialistica di massa”, che è la base della prosperità. Quando si crea un rapporto costruttivo con le amministrazioni del territorio, e anche con i privati, l’Università è anche una guida formidabile per aprire nuove strade, attraverso la ricerca, ma anche attraverso attività di formazione specialistica. Per quanto riguarda il Dipartimento in cui lavoro (Scienze Umane e Sociali), il Master in Innovazione Sociale e Sviluppo Territoriale ha l’esplicita finalità di formare persone in grado di sviluppare progettualità innovative, per superare questo “anti-modello” di sviluppo fondato su consumo di suolo e sfruttamento turistico indiscriminato. E dal prossimo anno, a Melpignano, partirà un progetto che affianca Unisalento e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, per dare forza alle nostre filiere alimentari agroecologiche e per sviluppare politiche del cibo innovative.

D. Denatalità e sopravvivenza dei piccoli centri. Il rapporto tra crescita demografica e sviluppo urbanistico si è interrotto significativamente da circa 20 anni. E da quando (2014), come argomenta Alessandro Rosina, la popolazione è entrata in una fase di progressiva riduzione: dall’inizio di questo decennio gli anziani (ultra 65enni) hanno definitivamente superato i giovani (under 25). 

Si può fare qualcosa, magari puntando su politiche integrate tra il centro-Stato (fisco e contributi) e la periferia-Regioni-Enti locali (per servizi pubblici e privati di prossimità), o non resta che affidarsi all’immigrazione come risorsa?

R. La denatalità ha diverse matrici, materiali e culturali. Quelle materiali riguardano la sfera dei bisogni, delle difficoltà. I redditi da lavoro sono stagnanti da decenni rispetto al costo dei beni e dei servizi essenziali. Soprattutto, soffrono l’instabilità dei rapporti di lavoro precari. Nelle grandi città i costi abitativi sono proibitivi, i tempi della mobilità rendono la vita quotidiana difficile, la quantità e l’accessibilità dei servizi pubblici declinano. Nei contesti cosiddetti marginali – lo abbiamo già detto – le condizioni di vita sono altrettanto difficili, per motivi differenti. Non ci si può stupire se il tasso di natalità decresce dopo trent’anni di politiche di “flessibilizzazione” del lavoro e quando la privatizzazione ha prodotto aumenti vertiginosi dei costi dei beni e dei servizi essenziali. Però, dicevo, c’è anche una matrice culturale: se vogliamo utilizzare la celebre metafora di Bauman, la tendenza alla “liquefazione” dei legami. Si può fare qualcosa per invertire la tendenza alla denatalità? Intanto, bisogna ricostituire condizioni di vivibilità: garanzia di un reddito dignitoso, garanzia di qualità e accessibilità dei beni e dei servizi essenziali. Una prospettiva che implica veramente una svolta nei rapporti economici, perché negli ultimi trent’anni chi si è arricchito sono stati soprattutto grandi azionisti, manager, e pochissimi lavoratori altamente qualificati. C’è un gigantesco problema di distribuzione del reddito e della ricchezza, che non sembra affatto in via di soluzione, e che impedisce di raggiungere quel tasso di “felicità pubblica” che stimola la natalità. Quanto all’immigrazione, essa è comunque una risorsa, e non soltanto per compensare la denatalità. Se continuiamo a considerarla come un problema, senza praticare un’inclusione sana e creativa, ci condanniamo al declino.

D. Xylella fastidiosa, la distruzione di 21 milioni di ulivi nel Salento, alberi secolari e anche millenari che hanno arricchito la bellezza del paesaggio, costituendo un tratto distintivo della fisionomia del Salento. Tornano in mente le parole pronunciate, agli inizi degli anni ’80 – sia pur in un contesto territoriale e di cause molto diverso – da un Leonardo Sciascia in polemica con le politiche agricole della Comunità europea, che prevedevano la riduzione dei finanziamenti alla produzione di olio italiano. Sciascia, ripreso da Roberto Sottile nel suo “Sciasciario dialettale”, vedeva negli esiti di quelle politiche (il cambio di colture) una… “perdita di fede nel futuro……sradicare il paesaggio degli ulivi equivale a cancellare il concetto stesso di cittadinanza, e con esso l’armonia del vivere”.

  Non pensa che la vicenda del batterio abbia fatto da cartina di tornasole mettendo in luce un rapporto forse troppo poco “industriale” del settore dell’agricoltura, come dimostrato dall’assenza di una diversificazione produttiva nella olivicoltura in Salento?

R.: La catastrofe degli ulivi è l’esito di diverse situazioni problematiche: un’eredità monocolturale, che nel tempo ha ridotto l’agrobiodiversità; la frammentazione fondiaria, che ha ostacolato lo sviluppo di aziende capaci; la mancanza di una cultura della produzione agricola, che ha via via portato a un impoverimento dei suoli e anche alla loro disattivazione. Una “reinvenzione” dell’agricoltura nel Salento è urgente. Ma non esiste una soluzione unica, e credo che non sarà l’agroindustria a salvare il territorio e la sua economia. Credo si debbano dare opportunità e strumenti alle piccole e medie aziende capaci di una produzione diversificata e capaci anche di una difesa dell’ambiente. Abbiamo una grande emergenza ambientale e climatica, che ci impone di ripensare il territorio in termini agroecologici: non esiste un successo aziendale durevole, se non sulla base della cura del territorio, dell’ambiente, della biodiversità. Ancora una volta, la mano pubblica può giocare un ruolo decisivo, ad esempio utilizzando il “public procurement”. Il caso della piccola mensa a filiera corta di Melpignano ci dice che la domanda pubblica di alimentazione sana può garantire cibo sano e gustoso a tutti i bambini, e al tempo stesso generare una domanda per i piccoli produttori agroecologici, inducendoli e aiutandoli a crescere. Sono ancora piccoli esperimenti, bisogna lavorare perché diventino sistema.

D. Il Salento al centro di un’attenzione internazionale, turismo e Festival “Notte della Taranta” e TAP, con la posizione del neo-Sindaco di Melendugno cambiata rispetto ai suoi predecessori che hanno anche rifiutato, a suo tempo, le compensazioni economiche offerte da TAP: è il Salento che cambia o sono le circostanze esterne che lo costringono?

 R. Non assocerei il successo turistico e culturale alla realizzazione della TAP o di altre “grandi opere”. In fondo sono fenomeni di segno opposto. Da un lato, il Salento ha mostrato una grande capacità di innovazione culturale e, per certi versi, di organizzazione. Il suo successo turistico-culturale genera molte contraddizioni e molti problemi, ma non è il frutto del caso. Le scelte di insediamento delle cosiddette “grandi opere”, invece, sono tradizionalmente indirizzate verso le aree ritenute marginali, dove ci si aspetta (sbagliando) di trovare minore opposizione. Oggi si dirà che le vicende del mercato del gas mostrano che avevamo bisogno del nuovo gasdotto, per ridurre la dipendenza dal gas russo. A me pare che esse dimostrino soprattutto che avremmo dovuto da tempo liberarci dei gasdotti, con le loro inevitabili implicazioni geopolitiche e finanziarie, investendo invece sulle energie rinnovabili. Certo, adesso siamo sotto il ricatto dell’emergenza energetica (che peraltro dipende più dalla speculazione finanziaria che dalla guerra) e un nuovo gasdotto ci appare una via d’uscita. Ma se avessimo dato seguito alle proposte che il movimento ambientalista (o almeno la sua parte più avveduta) avanza sin dagli anni Settanta, in cinquant’anni avremmo potuto tagliare alla radice il problema della dipendenza energetica e del potere economico di governi autocratici.

 D. Il premio Nobel della Fisica Giorgio Parisi, invita i Comuni a promuovere l’uso del fotovoltaico sui tetti delle case, pubbliche o private che siano, magari associando queste iniziative di promozione con quelle per la diffusione di comunità energetiche, nel quadro di una tendenza delle giovani generazioni a preferire alla proprietà l’uso condiviso di beni (sharing economy)

R. Questa è una di quelle proposte che il movimento ambientalista avanza da decenni: una produzione energetica diffusa e partecipata da fonti rinnovabili, sostenibile sotto il profilo ambientale ed economico, utile anche a generare legame sociale e cooperativismo territoriale. Non credo occorresse una guerra e un catastrofico rincaro delle energie per capirle. Chi voleva capirlo l’aveva capito da tempo.

Enrico Conte

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