IL PENSIERO MEDITERRANEO

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L’etica e il valore della libertà per Aleksei Navalny di Vincenzo Fiaschitello

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Aleksei Navalny

Aleksei Navalny

Non credo che la notizia della morte di Aleksei Navalny abbia suscitato sorpresa, visti i vergognosi eventi che l’hanno preceduta (avvelenamento, arresti vari, ecc.), ma sdegno sì, perché vittima di un regime totalitario, antidemocratico, che non riconosce il diritto fondamentale della persona: la libertà.

E’ per onorare tale ideale che Navalny ha sacrificato la sua vita. Ci lascia del tutto indifferente la battuta di Trump che, come scrivono i giornali, pare abbia commentato: “Ha fatto male a rientrare in Russia!” Come dire: se l’è cercata lui la morte!

Una frase che purtroppo abbiamo sentito ripetere più volte nei casi di femminicidi. Ma Navalny non ha cercato affatto la morte: sicuramente amava la vita, la sua famiglia, come qualsiasi altro essere umano, in più amava in modo incontestabile la coerenza, l’accordo con la propria coscienza morale, che gli metteva dinanzi l’idea sacra della libertà.

E’ questo che oggi ci spinge ad ammirare la figura di un uomo che riconosciamo come eroe.

Strano tempo il nostro presente. Si dichiara apertamente, dopo l’insegnamento di Nietzsche, che Dio è morto, che i valori tradizionali sono tramontati e comunque rinnegati (fratellanza, uguaglianza, solidarietà, ecc.) per far posto a sentimenti opposti che esaltano la forza, la supremazia sugli altri, sui deboli. Si fa a gara perché ciascuno si senta un “superuomo”, cioè una persona che ricorrendo alla forza e alla potenza, guarda egoisticamente al proprio interesse, pronto a calpestare chiunque si opponga al suo fare. E il paradosso è, come scrive Vito Mancuso (Etica per giorni difficili, Milano, Garzanti, 2022), che quella teoria che nell’intenzione di Nietzsche doveva essere “aristocratica”, cioè per pochi privilegiati, oggi è diventata filosofia della massa: tutti vogliono essere superuomini.

A parte la falsa interpretazione del significato del prefisso “super” (Nietzsche intendeva “oltre”, quindi oltre l’uomo, come nel significato del titolo di una sua opera Al di là del bene e del male), resta la gravità del fatto che si rinnega l’etica. Il pensiero di Nietzsche ha scosso dalle fondamenta la civiltà occidentale con la dichiarazione di guerra all’etica.

Ma che cosa è l’etica? Da dove ha origine? C’è differenza tra etica e morale?

Premesso che in questo contesto è opportuno considerare i due termini come sinonimi, si può asserire che l’etica coincide con il concetto di costume (l’ethos dei greci e il mos dei latini), il costume secondo il quale gli uomini agiscono. E poiché le comunità umane sono molteplici, si trovano costumi diversi, cioè regole diverse alle quali un determinato gruppo sociale si attiene per disciplinare al meglio la convivenza.

La pratica dei costumi è qualcosa che appartiene sin dalla più remota antichità ad ogni civiltà. Le regole di tali costumi possono essere dettate da una religione: in tal caso si parla di etica religiosa (per esempio I dieci comandamenti dell’ebraismo e del cristianesimo); se dettata da una autorità politica, si fa riferimento a una etica laica (i diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese, la dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU, ecc.); se dettata da una filosofia, si riconosce una etica razionale (per esempio la morale kantiana dell’imperativo categorico).

Le regole ci dicono, conoscendo gli scopi che i costumi si prefiggono, quali sono quelli che si debbono onorare e quali quelli che sono da evitare. Onorare l’essere umano è un costume generalmente accolto che accomuna le varie culture, rubare è altrettanto generalmente considerato da respingere. L’atto della accettazione o del rifiuto della regola è dunque il risultato di una scelta da parte del soggetto singolo o del gruppo sociale. Tale scelta è il prodotto di due elementi che costituiscono le colonne portanti dell’etica: la conoscenza e la libertà.

Nell’epoca in cui i valori e le norme erano riferiti a un Dio trascendente, l’uomo e la società accoglievano i fini indiscutibili, fiduciosi nella stabilità di un ordine morale e vi aderivano con ottimistica obbedienza. Ma quando si dichiara la morte di Dio, tutto viene messo in discussione, compresa la stessa “virtù” dell’obbedienza, come scrisse don Milani in una famosa lettera ai giudici in occasione della difesa di quei giovani che si opponevano all’espletamento del servizio militare.

A questo punto si può prefigurare da un lato un moralismo, nel senso di una adesione ai valori solamente formale, tanto da non far scaturire un comportamento sincero e operativamente efficace; dall’altro un lassismo, cioè un completo disinteresse per l’agire secondo la dimensione etica, dal momento che tutto è immerso nella confusione, che non si capisce come comportarsi per cui è bene che ciascuno faccia come vuole.

E’ il disorientamento che appunto lascia spazio al lassismo e al relativismo morale.

Seppure con più difficoltà rispetto al passato, oggi siamo comunque chiamati a fare le nostre scelte con senso di responsabilità, perché pur se non crediamo in un “al di là” metafisico, ne abbiamo di certo uno “al di qua”, nella nostra interiorità, nel senso di un orizzonte di umanità che ci fa avvertire qual è la direzione del bene e della giustizia anche contro il nostro vantaggio personale. Da sempre le “regole d’oro” del comportamento, che ruotano tutte attorno al principio fondamentale di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, presenti in tutte le civiltà, hanno avuto un ruolo essenziale nella formazione di una esperienza etica e di una coscienza morale.

Purtroppo c’è da osservare che, nell’attuale momento storico culturale che stiamo vivendo, si corre il rischio che la nostra interiorità rimanga sorda ed estranea alla voce dell’umanità e segua la via dell’interesse egoistico, dell’esclusivo riconoscimento di valori quali il denaro e il fare. Sono queste ultime due forze (economia e tecnologia) che condizionano pesantemente in negativo i nostri giudizi di valutazione del vivere quotidiano.

Il rischio è ancora più grave, quando dal livello individuale si passa a quello sociale con la condivisione delle suddette forze da parte della comunità, generando assenza di solidarietà, di umanità, di compassione, di rispetto per gli altri.

Quando il primato del fare, della tecnologia, ottunde la coscienza morale e fa dimenticare l’essenza dell’uomo, l’essere, non c’è da meravigliarsi sulla risposta che tutti i criminali nazisti ripetevano a loro difesa: “Ho ubbidito agli ordini superiori”.

Lo disse anche Adolf Eichmann nel processo di Gerusalemme del 1961 che si concluse con la sua condanna a morte. In fondo Eichmann è convinto di aver agito bene, di avere fatto bene il suo “dovere” con efficacia ed efficienza nei tempi e nelle modalità desiderati dai superiori, per cui si ritiene non colpevole. Lui ha servito il “fare” con freddezza e lucidità, guardando non dentro di sé, ma la “funzionalità” del sistema.

Hanna Arendt, ebrea, allieva di Heidegger, fuggita negli USA nel 1941 che assistette al processo come inviata del The New Yorker, nel celebre saggio La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme, scrisse che tutta la tragedia della shoah accadde proprio per l’assenza di una coscienza morale, per una mancata assunzione di responsabilità.

In tale sconfortante contesto che ricorda l’antico detto latino “homo homini lupus”, quando dinanzi a eventi e personaggi che confermano la supremazia dell’essere sul fare, il superamento del proprio io, di se stesso, in nome dei valori più alti, quali legge morale, bellezza, giustizia, ideale politico, libertà, non possiamo che aprire il cuore alla speranza di rinascita individuale e sociale.

La morte di Navalny dopo una lunga lotta per la libertà è l’esempio positivo del nostro tempo che ci rattrista e ci commuove e tuttavia ci fa ben sperare per il futuro della sua nazione, ricordando il passo del Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non marcisce rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Giovanni 12, 24-25).

Vincenzo Fiaschitello

Nato a Scicli nel1940. Laurea in Materie Letterarie presso l’Università di Roma (1966) e Abilitazione all’insegnamento di Filosofia e Storia nei licei classici e scientifici; pedagogia, filosofia e psicologia negli istituti magistrali (1966). Docente di ruolo di Filosofia e Storia nei licei statali e Incaricato alle esercitazioni presso la cattedra di Storia della Scuola alla Facoltà di Magistero Università di Roma. Direttore didattico dal 1974, preside e dirigente scolastico fino al 2006. Docente nei Corsi Biennali post-universitari. Membro di commissioni in concorsi indetti dal Ministero P.I.

E’ autore di vari saggi sulla scuola, di opere di poesia e di narrativa.

Attualmente è redattore della Rivista culturale telematica “Il Pensiero Mediterraneo” (Redazione di Roma).

Vincitore della XXXIX edizione (2023) del Premio dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e della rivista internazionale “Nuove Lettere” per la raccolta edita di racconti “Ginevra, racconti storici e non”, Avola, Libreria Editrice,Urso, 2021.

Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lo ha insignito della onorificenza di Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana (1997).


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