27 Novembre 2020

IL PENSIERO MEDITERRANEO

Rivista Culturale online

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Fernando Sammarco Nel corso del V sec. a.C. la civiltà messapica presentava già caratteri ben definiti nei vari ambiti:  culturale, geografico, etnico, politico e strategico-militare.


  L’etimo antico Metapia poi Messapia (terra di mezzo) si riferisce alla penisola salentina, posta tra il mondo greco ed il territorio occupato dagli Itali. Japudìa o Japùdia (Japigia),  che, secondo alcuni autori moderni, è all’origine di Apulia, è un termine di derivazione illirica che è attribuito all’intero territorio pugliese.
Sin dagli albori della civiltà, la Puglia fu crocevia di importanti migrazioni di popoli che provenivano prevalentemente dal versante balcanico. Alcune di queste genti, tra le quali la stirpe predominante era quella degli illirici Japigi, occuparono stabilmente l’intera regione e si fusero con le etnie indigene. Dauni, Peucezi e Messapi furono tribù japigie che si insediarono in queste zone durante la grande migrazione illirica dell’età del ferro. Nei secoli  IX-VIII-VII  la Messapia, in particolare, assorbì elementi etnici e culturali nuovi, che provenivano non solo dalle terre illiriche che si estendevano sull’altra sponda del mare adriatico, fino al promontorio acrocerauno, ma anche da insediamenti del versante greco-epirota.

La Messapia più delle altre aree pugliesi fu meta di colonizzatori fin dai tempi protostorici. Chissà quanti naviganti in tempi remoti approdarono alle sue tranquille insenature e porticcioli naturali. Quanti naufraghi inoltre guadagnarono le dorate spiagge  e scoprirono incantati una natura generosa, ricca di boschi, sorgenti e selvaggina.

Mura a blocchi regolari a Manduria
Mura messapiche di Manduria (3° Cerchia/III sec. a. C.)

Secondo Erodoto, furono i Cretesi, di ritorno dalla sfortunata campagna in terra siceliota, a fondare alcuni siti protourbani del versante occidentale messapico, tra i quali Hyria (Oria), Hyreton  (contrada Vereto), ecc. Altri autori parlano di approdi micenei in varie parti della costa salentina ed altri ancora di successive ondate migratorie provenienti prevalentemente da Creta, da Rodi e da altre isole egee che mutarono alquanto le caratteristiche culturali dei precedenti invasori.

La tripartizione della stessa penisola salentina in tre distinte etnie territoriali ( i Messapi a nord-ovest, delimitati a sud dall’antica  fiumara dell’Arneo; i Calabri disposti lungo l’estrema fascia della costa adriatica e i Sallentini lungo quella jonica) è  indice del fatto che molteplici furono le sovrapposizioni di razze e tribù durante i secoli precedenti. E’ certo, comunque, che in un’epoca più prettamente storica, nel V sec. a.C., i vari gruppi etnici, pur diversi fra loro, si erano ormai amalgamati e presentavano una facies culturale piuttosto unitaria.                      

I villaggi, in breve tempo, erano cresciuti, divenendo sempre più popolati e ricchi. Il territorio circostante presentava una nuova realtà economica che era anche frutto dell’operosità dei suoi abitanti. Prosperarono numerosi lanifici, caseifici, industrie tintorie e diverse altre attività, come la pesca e la produzione del vino e dell’olio. Grazie ai fiorenti scambi mercantili, commerciali, di uomini e di idee, si erano diffuse nuove metodologie agricole, che avevano accresciuto e variegato i raccolti; si erano razionalizzati la cura e l’allevamento del bestiame, in special modo di cavalli. Si erano inoltre perfezionate nuove conoscenze tecniche nel campo dell’edilizia urbana e delle fortificazioni, della fusione e della forgia dei metalli, della lavorazione delle ceramiche e della tessitura: tutto ciò aveva reso forti ed imponenti gli antichi insediamenti come tuttora mostrano le poderose strutture difensive di alcune cittadine salentine. 

Muro fortificato a Ugento
Fortificazioni murarie della messapica Aoxenton (Ugento)

 All’inizio del secolo suddetto, i Messapi (ormai comunemente identificati dai Greci come gli abitanti della penisola salentina), proiettati irreversibilmente in un bacino politico-culturale di forte influenza ellenica, si unirono in una Sacra Lega per tutelare principalmente i propri interessi e per meglio conservare l’autonomia politica ed economica dell’intera regione. 

  La Dodecapoli Messapica (o Confederazione delle dodici città principali) si basava su un sacro giuramento che sanciva la fratellanza fra le sue tribù. Questa importante istituzione portò ad una maggiore coesione fra le varie etnie, che nel recente passato erano anche ricorse brutalmente alle armi per risolvere alcune dispute interne, e instaurò un legame più forte tra di esse, garantito da  un   nuovo  spirito  di  collaborazione e da una nuova politica centralizzata che mirava a difendere i diritti di tutti contro ogni sopruso e contro qualsiasi usurpatore, interno od esterno, che volesse  infrangere tale alleanza.

L‘entrata in scena della Lega Messapica costituì un ulteriore baluardo  contro l’espansione della fiorente colonia spartana di Taras, che mirava ad annettere i territori confinanti.   

  La città del Golfo si trovò così accerchiata da forze ben agguerrite e diverse tra loro. Ad occidente premevano le tribù montanare dei Kaoni e degli Enotri, a sud-ovest le colonie magno-greche della costa jonica, a nord i Peucezi e ad est i Messapi. Ma, il suo forte esercito e la sua flotta navale scoraggiarono momentaneamente questi popoli dall’intraprendere azioni di guerra nei suoi confronti; i Tarantini erano molto temuti, anche perché nel passato avevano costantemente tentato di forzare i confini, esercitando violenza ed imponendo condizioni umilianti ai loro rivali.

Kroton, a capo della Lega Italiota, costituì un elemento di rottura nell’assetto strategico dell’area jonica colonizzata dagli Elleni. I suoi abitanti, dopo aver distrutto la città di Sybaris, minacciarono di espandere il proprio dominio fino alla stessa kora tarantina.   

  I popoli japigi avvertirono questa tensione nel mondo greco a loro vicino e temevano che gli stessi Tarantini, una volta vinti gli arditi Krotoniati, si rivoltassero contro di loro.

I Messapi e i Peucezi si unirono dunque in una mutua alleanza con l’intesa di  difendere i loro territori da invasioni esterne.

La Messapia di quel tempo aveva comunque scambi commerciali non solo con Taras e le altre colonie greche dell’Italia meridionale, ma anche con città della Bassa Illiria, le isole ioniche e gran parte delle terre che si affacciano sull’Egeo. La penisola salentina disponeva di numerosi approdi e fondachi che offrivano ospitalità ai navigli che vi giungevano direttamente  o che transitavano verso altre località costiere. All’interno di essa scorrevano importanti vie di comunicazione; fra le più frequentate dai traffici erano: la Via Sallentina, che da Taranto portava fino al promontorio japigio di Leuca, passando per Manduria, Nardò,  Alezio e Ugento; la Via Idruntina, che da Brindisi arrivava a Leuca, passando per Cavallino e Otranto; la Via Brentyria (termine convenzionale composto dall’unione dei toponimi Brentesion e Hyria) che portava a Taranto, passando per Oria e Grottaglie.

Reperto con iscrizioni e mappa su fondo nero
Ostrakon ritrovato a Soleto nel 2003 con mappa della Messapia

  La Via Acheorum, invece, era una strada più antica, costruita dai primi visitatori achei che si avventurarono da queste parti durante il periodo miceneo. Essa, ancora in parte percorribile nel V secolo, seguiva un tracciato ad ellisse che da Hydruntum  (Otranto) passava per Sybar Sallentina (Cavallino), Rhudia, Orra, Mesochoron (Grottaglie), Taranto e continuava fino a Metaponto.

Si può immaginare, quindi, quanto la penisola salentina fosse stata importante nel corso della storia, considerando anche il fatto che essa era meta di mezzo (Metapia) per i grandi traffici che seguivano la rotta a piccolo cabotaggio verso le regioni occidentali. 

Il Mediterraneo orientale presentava uno scenario abbastanza definito ai tempi della Lega Messapica. Dopo la battaglia navale di Salamina nel 480 e la definitiva sconfitta dei Persiani a Platea nel 479, Atene era ormai divenuta la città guida di tutto il mondo greco e il faro di una nuova Koinè (comunità linguistica e culturale) che mirava ad estendere la propria egemonia verso nuove terre. Ma, se fino ad allora la Grecia nel suo insieme aveva espresso una linea politica e strategica comune, tesa a difendere il suolo patrio dall’invasore straniero, subito dopo, Sparta ed i suoi alleati del Peloponneso si resero conto che occorreva in qualche modo arginare il potere ateniese e osteggiare la vocazione imperialistica della capitale attica. Si giunse così allo sfaldamento dell’unità greca. Dopo la morte di re Leonida alle Termopili, la fuga di Temistocle da Atene e la destituzione di re Pausania a Sparta, non vi furono più uomini in grado di rinsaldare la vecchia intesa e riportare alla luce quello spirito di collaborazione che si era manifestato prima. Da qui in poi, i due sistemi si fronteggiarono, ognuno per dimostrare la propria superiorità. 

La democrazia ateniese ebbe il suo  grande splendore con Pericle, che fu l’interprete principale di questa innovativa forma di governo, che mirava allo sviluppo del demos attico; l’oligarchia spartana, invece, rimaneva ancorata ad una  casta aristocratica, costituita da guerrieri dominanti che privilegiavano i propri interessi a danno degli altri ceti sociali. L’aristocrazia spartana si reggeva sulla sottomissione dei servi e sullo sfruttamento dei non cittadini, ma, allo stesso modo, anche la democratica Atene, giacché all’interno regnava l’uguaglianza, fu costretta  a crearsi all’esterno una cerchia di sudditi sulle cui spalle essa poteva fondare e mantenere la propria esistenza autarchica. La nuova lega navale (Lega Delio-Attica) ne offrì la possibilità ed in ultima istanza nessuno poté impedire che essa fosse sfruttata in quel senso.

La Messapia, pur conservando una posizione autonoma, e quindi indipendente  da qualsiasi diretta influenza straniera, subì in qualche modo la forte attrazione culturale, politica e strategica che Atene esercitava su gran parte delle terre che si affacciavano sul Mediterraneo centro-orientale.

Lo storico greco Tucidide, contemporaneo di quell’epoca, parla nel suo libro “La Guerra del Peloponneso” di un’alleanza messapico-ateniese basata anche su aiuti militari. Non fu un caso che nel 415 e 413 gli Ateniesi in rotta verso Siracusa, fermandosi per approvvigionamenti alle isole Cheradi (o Chorades), ricevessero una calorosa accoglienza da parte dei Messapi, che si prodigarono a far salpare sulle loro navi oltre a cavalli e lanciatori di giavellotto  anche ogni genere di vettovagliamento.

Guerrieri con elmo, lancia e scudo
Hetairoi della falange spartana

Quel patto di alleanza era però noto solo ai tempi del re Arthas, il più grande dinasta messapico dell’età classica, ma nulla si sa di essa nella prima fase della Lega Messapica, quando si verificò il grande scontro tra le stirpi autocnone del Salento e i colonizzatori lacedemoni di Taranto, i quali andarono incontro ad una disastrosa sconfitta, di cui Erodoto parla come della più immane disfatta che popolo greco non avesse mai conosciuto. Non è da escludere, che già allora, forze ateniesi o mercenari arruolati dalle stesse avessero aiutato i Messapi a scacciare dal proprio territorio gli invasori tarantini e a continuare la contesa fino alla loro capitolazione. Ma, se l’intesa con Atene era già in atto in quel periodo, forse non incontrava l’unanimità dei consensi all’interno della Lega, poiché quest’ultima aveva bisogno di affermare la propria autonomia e la propria cultura entro confini sicuri e di non permettere ad alcuna potenza straniera di influenzare le proprie scelte politiche. Le vicende e i fatti storici salienti di gran parte del V sec. a.C. nel Salento antico ebbero inizio con la costituzione della Confederazione Messapica e si conclusero con la reggenza di Arthas.

I Messapi ebbero sicuramente un carattere fiero ed indomito nell’affermare la propria autonomia tribale, ma le aspettative della Lega si infransero con la caduta di re Opis (460 a.C.) che trascinò l’intero popolo della Sallentina in un umiliante e sventurato periodo di sudditanza verso i Tarantini, che non mancarono di coronare la loro vittoria con un donario delfico che rappresentava lo sconfitto re messapico, ferito a morte, ai piedi dei cavalieri nemici.

Nel 444 a.C., al tempo della fondazione della colonia panellenica di Thurii, caposaldo ateniese nel Golfo Jonico, Taranto dovette, però, affrontare un conflitto bellico decennale con la nuova polis magnogreca, che aveva occupato il ruolo della precedente colonia achea di Sybaris, distrutta dai Krotoniati nel 510 a.C. I Messapi, sensibili alla linea politica periclea dei giusti equilibri e all’irrinunciabile opportunità di garantire i propri interessi strategici, ripresero le armi per riscattare l’onore e la libertà, approfittando del momento delicato dei loro vicini.

Un caduceo bronzeo, rinvenuto a Brindisi nel 1867, in Piazza Crispi, ed interpretato per la prima volta dal Momsen due anni più tardi, riporta, secondo il parere di molti epigrafisti, iscrizioni che rimandano ad un’alleanza fra Thurini e Brendesini, che stabilisce la deliberata volontà dei Messapi di sostenere la causa antitarantina. Delle incisioni Damosion Thurion – Damosion Brendesinon, quella che s’intende essere una scritta messapica sembra, però, secondo alcuni dotti ricercatori, non corrispondere a precisi canoni linguistici del periodo a cui si intende attribuire il documento.

Elmo di guerra decorato con testa e collo di due grifoni
Elmo da guerra messapico custodito presso il British Museum

L’epilogo di questa storia è noto: i Lacedemoni di Taras, dopo estenuanti campagne militari, vinsero i Taurini, anche se non riuscirono ad invadere il loro territorio. Per pacificare tutta la zona, essi, d’accordo con questi ultimi, fondarono una nuova colonia, vicino a Siris. Il nome che le fu dato fu Herakleia, in onore del dio panellenico Herakles ed il conflitto terminò nel 433 a.C. con una formale attribuzione oracolare della fondazione della città ad Apollo Pizio. L’accordo fra la politica filospartana e quella filoateniese pose fine alla brama di conquista di Taras verso i centri della Lega Italiota.

Quel compromesso consentì ai tarantini di occupare gran parte della Siritide, ambita meta della loro politica d’espansione, e di fissare, almeno per quel momento, i nuovi confini a sud-ovest della città del golfo jonico.                           
  La nuova situazione rappresentò una svolta negativa  per la Messapia. I Tarantini avevano conquistato nuovi territori e si erano resi consapevoli che nulla avrebbe potuto  da quel momento in poi impedire loro l’espansione verso l’intera penisola sallentina. Essi, infatti, ritornarono alla carica e, vincendo le resistenze messapiche, riconquistarono i punti strategici, compresi  i porti di Anxa e Hydrunto per garantirsi un migliore controllo delle rotte marittime.

La Messapia andava così incontro ad un nuovo e forse lungo periodo di sudditanza e di sottomissione alla potente Taras. Ma, un nuovo capo carismatico apparve all’orizzonte, imperioso e trainante, come un eroe leggendario che difende il suo popolo dai denti dell’Idra e lo conduce alla libertà.

Il suo nome era Arthas. Egli era un fiero esponente della casta nobiliare salentina e fece subito parlare di sé non solo per le sue eccezionali doti agonistiche ma anche e principalmente per le sue abilità dialettiche e diplomatiche. 

In poco tempo la sua fama superò i confini della Sallentina raggiungendo la Magna Grecia ed il vicino Oriente. Egli ebbe anche l’onore di rappresentare la Messapia alle Panatenee di Atene, dove fu onorato con la ghirlanda di vincitore in una delle gare ufficiali.

Alle isole Cheradi (o Choradi), il dynastes messapico accolse con grande senso di ospitalità i navarchi ateniesi Alcibiade, Làmaco e Nicia (415 a.C.) e Domostene ed Eurimendonte (413 a.C.) durante una sosta delle loro flotte navali dirette a Suracusa. Fu in tale occasione che fu opportunamente rinnovata la palaià philia che, da diverso tempo, legava Messapi ed Ateniesi ad un patto di vera amicizia che attribuiva al basileus della Sallentina il titolo di prosseno (autorevole rappresentante e garante della politica ateniese d’oltremare).

Arthas fu il più grande re messapico di cui gli antichi storici parlano nelle cronache dell’epoca e per merito del suo ineguagliabile valore e delle sue gesta eroiche la Sallentina o Messapia conobbe un lungo periodo di pace e prosperità.

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