IL PENSIERO MEDITERRANEO

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Contro i paradisi fiscali la “Tassa Minima Globale”. Sarà la volta buona?

di Pompeo Maritati

 Mappamondo e bandiere

Finalmente se ne parla. Biden, Presidente degli Stati Uniti, annuncia urbi et orbi che l’amministrazione americana sta prendendo in esame l’applicazione di una cosiddetta Tassa Minima Globale per contrastare la sleale concorrenza dei paradisi fiscali.

La Pandemia nel mondo e,  per gli USA, le stratosferiche spese militari stanno facendo affiorare l’urgente necessità di fare cassa. Se pur vero è che negli USA il fisco sia severo e che l’evasione è severamente punita, l’esatto contrario di ciò che avviene in Italia, l’erario applica una tassazione alquanto inferiore a quella della media europea, grazie alle politiche di Trump. Motivo questo per cui  Biden ha già messo mano aumentando la tassazione per alcuni comparti societari, che comunque restano molto distanti dal fatidico 36% applicato da noi.

In cosa consiste questa nuova tassazione, che per certi versi dovrebbe rivoluzionare il sistema impositivo soprattutto delle grandi multinazionali e di tutte quelle aziende che macinano utili in giro per il mondo e spesso prediligono stabilire le loro sedi legali e fiscali in stati diversi per approfittare di tassazioni di favore?

In poche parole non pochi stati nel mondo, in genere poco produttivi dal punto di vista industriale e finanziario, attirano le grandi multinazionali consentendo loro di pagare delle tasse irrisorie per impinguare le loro casse.

Basta pensare a quante nostre aziende hanno stabilito la loro sede legale in Belgio o in Olanda e la sede fiscale a Londra, una per tutte la FCA (Fiat). Una iniqua politica concorrenziale tra stati membri della stessa Unione Europea. Una politica che sarebbe ora di combattere addivenendo ad una tassazione unica per tutti gli stati membri di questa sgangherata Europa Unita, dove ancora vale il motto: ognuno per sé e Dio per tutti.

Biden propone che una società che paga le sue tasse ad uno stato diverso, per il perverso gioco di cui ho detto, prima debba pagare la differenza, tra la tassazione applicata dal paradiso fiscale e quella del paese di origine, a quest’ultimo. Inoltre, cosa che verrà proposta nel prossimo G20 di Venezia a luglio prossimo, sarà sottoposta all’esame del G20 la proposta di portare l’aliquota fiscale da applicare alle società al 28%. Negli USA era prima di Trump il 35%, poi ridotta al 21%.

Se ciò avvenisse, in Italia le società godrebbero di un risparmio netto del 7% generando una minore entrata erariale, che verrebbe compensata con la Tassa Minima Globale applicata a quelle aziende italiane che hanno stabilito la loro sede fiscale altrove, disincentivando, in parte, l’espatrio fiscale e legale nei cosiddetti paradisi fiscali.

Accetteranno queste proposte? Da un primo esame è evidente che stati come la Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Irlanda e in parte la Svezia, da questa innovazione vedrebbero compromesse delle ingenti quanto immeritate entrate tributarie. Staremo a vedere.

Una cosa è certa, l’Europa, aldilà dell’innovativa proposta statunitense, deve porre un freno a questi paradisi fiscali nell’ambito dell’Unione, che a quanto pare fiscalmente, e non solo, abbia autorizzato una concorrenza sleale che onestamente la gente comune non riesce a comprendere. Se facessimo un elenco delle aziende italiane che hanno trasferito le loro sedi legali e fiscali in altri stati membri dell’Unione riempiremmo non poche pagine.

Le politiche economiche di Biden sono in controtendenza rispetto a quelle di Trump ma il nazionalismo americano, ben spalmato tra la sua gente, è altrettanto sentito dagli interessi delle multinazionali che pur di fare utili non disdegnerebbero di marciarci anche sulla pandemia?   Non ci resta che attendere e vedere come andranno le cose, con una nota di positività, ovvero che quanto meno il mondo sta iniziando a porsi qualche domanda.

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