IL PENSIERO MEDITERRANEO

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“Rapito” di Marco Bellocchio, la conferma di un vero maestro del cinema

Locandina-del-film Rapito di Bellocchio

Locandina-del-film Rapito di Bellocchio

di Mattia Nuzzaci

Avrebbe dovuto chiamarsi “La conversione”, poi è diventato “Rapito”.

Un titolo forse meno bello ma più efficace se si tratta di un film di Marco Bellocchio, un autore in evidente stato di grazia negli ultimi anni e con la sua poetica ossessivamente caratterizzata dalla ricerca di una sintesi tra religione e politica, sempre all’insegna della sincerità. La stessa con cui in “Sbatti il mostro in prima pagina” del 1972 denunciava con tremenda attualità la distorsione dei fatti, a scopi politici, ad opera della stampa o quella dell’ateismo urlato nella bestemmia del personaggio de “L’ora di religione” o ancora quella in cui nell’acclamato e recente “Esterno Notte” il suo Aldo Moro in confessione manifestava odio verso l’amico di partito Giulio Andreotti, un po’ meno Divo del solito, per dirla alla Sorrentino.

In tal senso “Rapito”, in concorso al Festival di Cannes ed uscito nelle sale italiane, è la versione quasi orrorifica di una vicenda realmente accaduta e poi conosciuta in tutto il mondo, tanto da stuzzicare Steven Spielberg a girarci un film. Un’idea rimasta tale che Bellocchio ha invece tradotto sullo schermo, scrivendone la sceneggiatura assieme a Susanna Nicchiarelli, Edoardo Albinati e Daniela Ceselli. Un interesse nato dopo aver letto il libro di Vittorio Messori sul diario inedito di questo bambino ebreo, Edgardo Mortara, strappato, nel 1858, in quel di Bologna, alla sua famiglia dalla gendarmeria pontificia perché battezzato nel suo primo anno di vita e all’insaputa dei genitori dalla domestica cattolica e quindi “destinato” a seguire quella fede, secondo le leggi dello Stato Pontificio.

L’approccio analitico di Bellocchio si assume la libertà e la responsabilità di scardinare i fondamenti dogmatici, demonizzando il potere temporale di una Chiesa incapace di leggere il suo anacronismo per salvarsi, chissà, dal corso della storia e da quella breccia di Porta Pia che l’avrebbe poi consegnata al Regno d’Italia. Tuttavia il regista piacentino ci ha tenuto a precisare che non si tratta di un film contro la Chiesa, invitando anche Papa Francesco a vederlo. E d’altronde non è difficile credere che non si tratti una dichiarazione di facciata, perché nella densità narrativa di “Rapito” c’è, grazie all’eccellente fotografia di Francesco Di Giacomo, un’atmosfera spettrale di chiaroscuri caravaggeschi che modellano l’inquietudine di ciò che è o si fa ideologia. E per essa, non ci sono sconti, da qualunque ragione o torto la si guardi, specie se macchia il presupposto identitario.

Il timore dell’iconoclastia in “Rapito” è il limite dei suoi personaggi, incapaci di essere davvero al riparo da qualcosa nel mentre come dice in una battuta il grottesco Pio IX, interpretato da un bravissimo Paolo Pierobon, “il mondo si muove verso il precipizio”. Un’illusione, come quella del Mortara di essere diventato uomo, perché quando Bellocchio raccoglie i resti di un’essenza ammalata di autoritarismo scova le fragilità dell’animo, prima ancora che il senso di colpa. E non c’è visione (o finzione) panglossiana che tenga nel bambino, nel fanciullino tanto caro al Pascoli che riemerge e avverte l’esigenza di un affetto perso o mai davvero conosciuto.

Ma dove è finita la sua innocenza? Il paradosso filmico quasi impedisce allo spettatore di empatizzare con le sorti del protagonista e lo lascia sospeso nei simbolismi e negli sguardi persi sull’umanità di Dio. 

Resta, allora, l’urlo di un padre (un Fausto Russo Alesi già splendido in “Esterno Notte” nei panni di Cossiga) dinanzi ad un tribunale vuoto, nel momento in cui si rende conto che la sua causa è servita solo a fare la storia. Ed a Marco Bellocchio che la raccoglie, mostrandosi ancora lucido, tra musiche che scandiscono la tensione e la carica emotiva di alcune scene chiave e perfettamente riuscite. Nel mentre la sua mano muove una macchina da presa che lo conferma un vero maestro del cinema, sempre attento a raccontare ma senza pregiudizio, ad analizzare ma senza giudicare.

Perché Bellocchio sa che tutto vi è concesso a chi guarda, tranne l’indifferenza.

Mattia Nuzzaci


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