IL PENSIERO MEDITERRANEO

Incontri di Culture sulle sponde del mediterraneo – Rivista Culturale online

Di Roberto Vantaggiato lo chansonnier salentino volato via una notte d’estate d’un tempo finito ma forse indefinito

di Maurizio Nocera – Roberto Vantaggiato

Antefatto. Una settimana prima che Roberto volasse verso un luogo senza tempo e senza spazio io, lui, il poeta parabitano Giuseppe Greco e la scrittrice Annamaria Gustapane di Otranto, fummo invitati a tenere una serata di canti, dipinti e letture di testi alla Pro Loco di Santa Maria di Leuca. Serata bellissima. In quattro (Roberto, la sua compagna Matilde, io e Pippi Greco) andammo con la sua macchina, che fece correre a velocità spaventosa. Ad un certo punto della corsa, rivolto a Lui, dissi: «Caro Roberto, sappi che prima o poi farò le due cose che da anni ti prometto: prima, pubblicherò la tua stupenda recensione al libro da me curato Totò Franz altrimenti detto Totò Toma (Amaltea Edizioni, Castrignano dei Greci, 2002), testo che riporto in calce; la seconda, scriverò la recensione al tuo stupendo Tempo Sospeso». Mi prendevo tempo, perché Roberto aveva molti anni meno di me, per cui mi dicevo «ho tempo». Rispose: “Ma vedremo…, sono passati ormai tanti anni. Intanto, io mi accendo una sigaretta”. Non so cosa abbia voluto dire con quell’«Intanto, mi accendo una sigaretta», comunque la percezione che ebbi fu che in un certo senso mi volle compatire. Oggi, che Lui non c’è più, sento profondissima in me l’amarezza per non avere potuto mantenere la mia promessa. Gli chiedo perdono e piango al solo pensiero di ricordarlo. Spero solo che mi abbia perdonato e che, da quel luogo senza tempo e senza spazio, trovi il modo per allungare le sue braccia di contadino-professore-chansonnier (o professore-contadino-chansonnier che dir si voglia) e mi abbracci con quello stesso grande affetto che io ho sempre riserbato per Lui.

«TEGNU// Tegnu nu secretu ca vae e ‘nnanzi e a retu/ e nu se ferma mai/ Tegnu intr’allu core nu mundu te parole/ na luna e nu balcone// Tegnu puru la capu china/ te cose ca ieu prima/ nu me sunnava mai/ Tegnu scritte tante canzoni/ comu tanti troni/ s’hannu persu ‘cchiu ddrai// Tegnu le vulie ca tra miei e tie/ n’iame cujire crai/ Tegnu to’ musceddhri ca pe’ quantu su beddhri/ t’iane piacire ‘ssai// Tegnu la luna ‘mmenzu fore/ ca a trasuta te sole/ face luce te cchiui/ Tegnu nu focu ca se dduma/ quandu l’aria se ‘mbruma/ e nu se stuta cchiui// Tegnu n’amore scusu ca me azza lu musu/ se me fazzu cchiu ddhrai// Tegnu sonnu alla matina ma m’aggiu ‘zzare ‘mprima/ se voju campu quai// Tegnu na penna e na chitarra/ li fiuri e la campagna/ cu me scerru li cuai/ Tegnu puru na stizza te rancore/ pe’ stu picca t’amore/ ca nu basta mai.// Roberto Vantaggiato».

Comunicato// Cutrofiano, 15 agosto 2021. Si è spento nelle scorse ore, a Cutrofiano, Roberto Vantaggiato. Docente di materie umanistiche presso l’Istituto tecnico industriale “Meucci” di Casarano, era famoso per il suo impegno sociale e culturale. È stato l’autore di numerose poesie che ha poi tradotto in musica, collaborando con diversi artisti salentini. Orgoglioso delle sue umili origini, nato in una famiglia di contadini, avrebbe compiuto 65 anni il prossimo ottobre. Alle spalle due percorsi universitari, uno in Materie letterarie e l’altro in Lingue straniere. Era noto per il suo legame con il territorio e con gli alberi di olivo. Argomenti decantati nei suoi versi, frutto del suo diretto vissuto. Appresa la notizia della scomparsa, numerosi i messaggi di cordoglio postati sulle pagine dei social network degli artisti locali. In tanti hanno infatti ricordato le sue canzoni e il suo impegno civile. L’ultimo saluto a Roberto Vantaggiato è previsto per domani mattina. Alle 10 si svolgeranno infatti i funerali, a Cutrofiano. Dolore nel mondo della musica e della cultura salentina per l’addio a Roberto Vantaggiato, cantautore e studioso. In queste ore sono in tantissimi a dargli l’ultimo saluto sui social, scioccati dalla sua scomparsa improvvisa avvenuta a causa di un infarto. Vantaggiato, che amava definirsi contadino e musicista, era molto conosciuto nell’ambito della musica tradizionale ma non solo: studioso, appassionato dei temi filosofici e politici, era un assiduo frequentatore dell’ambiente culturale salentino. Autore di stornelli e persona di grande umanità. In più occasioni aveva collaborato anche con altri artisti, come Mino De Santis.


Era l’alba della vigilia di Ferragosto 2021, quando Roberto ha spiccato il suo ultimo volo verso l’alto, verso quell’indefinito infinito che noi mortali raggiungiamo per una volta sola nella vita, poi mai più perché, dopo quel volo, altri non ne potranno più esserci.

Così Roberto Vantaggiato, nel silenzio del suo campo, dentro un’avita e modesta casa dove i suoi avi avevano vissuto e visto lui giocare assieme alla sorella Gabriella ha detto addio a questo mondo e si è congedato mettendo fine alla sua immensa pena che sopportava ormai da decenni.

Roberto Vantaggiato e la sua chitarra

La canzone Tegnu (in incipit a questo scritto), che Roberto non dimenticava mai di cantare in ogni occasione pubblica o privata. Si tratta di una delle sue più strazianti poesie da lui musicate. Per lui era la canzone che lo legava alla vita. Ed era una poesia-canzone motivata.

Era accaduto che 30 anni fa egli aveva una compagna spagnola, con la quale condivideva il suo amore per la Spagna. Con lei era stato a Madrid e un po’ in tutta la nazione iberica. Con lei andava traducendo il Don Chisciotte di Cervantes. Poi, dopo la permanenza a Madrid e alcuni anni di residenza a Firenze, era tornato con lei nel Salento. Qui viveva felice e contento lavorando alla traduzione del Cervantes. Insieme frequentavano l’università che allora si chiamava “di Lecce” (ora “del Salento”), e qui crebbe una conoscenza e amicizia con un docente mascalzone, molto dedito al corrompimento di giovani studentesse, tra le quali capitò anche l’amatissima compagna di Roberto. Il mascalzone, tanto che fece, tanto che circuì la donzella che riuscì a portarla via al nostro chansonnier salentino. Roberto ci rimase molto male. A sapere questa triste storia eravamo in tre: Pietro Fumarola, Ada Donno e chi qui scrive.

Dedica per Ada

Roberto abitava non molto lontano dalla mia casa, per cui, dopo l’esperienza dell’abbandono, cominciai a invitarlo a pranzo con l’idea di aiutarlo a superare il tradimento, non quello della ragazza turlupinata, ma quello del docente mascalzone. Questa storia andò avanti per alcuni mesi. Una volta la settimana, Roberto veniva a pranzo da me.

Tutte le volte io non mancavo di dirgli: «dai Roberto, andiamo avanti, la vita continua. Cerca una nuova soluzione d’amore». Con ciò intendevo dire che si facesse una nuova compagna, che ricominciasse una nuova relazione amorosa. Tutte le volte però Roberto rispondeva con un assordante silenzio, fino a quando, un giorno esplose: «Senti Maurizio, su questa storia perché non ti prendi li cazzi tuoi?». Capii allora che alla ferita lacerante che si era aperta nel suo cuore non c’era rimedio. Ecco, almeno secondo me, è questa la provenienza della sua stupenda canzone-poesia Tegnu.

Roberto era soprattutto un poeta e un rivoluzionario, sia pure a modo suo. Amava la poesia, amava la rivoluzione, soprattutto quella cubana ed affascinato dal Che Guevara. Amava la vita, non solo la sua ma quella di ogni essere vivente. Immensamente amava. Insieme avevamo fatto parte del Collettivo R “Atahualpa” di Firenze, fondato e diretto da Luca Rosi (Venezuela, 1939 – Firenze, 2013), che fu direttore della rivista omonima e dell’Associazione culturale “Atahualpa” assieme a Franco Manescalchi e Ubaldo Bardi. La lettera “R” stava ad indicare Resistenza, Ricerca, Rivoluzione.

Roberto, passando un periodo della sua vita a Firenze, frequentò il Collettivo R “Atahualpa” di persona, io invece seguii le attività da Lecce. Scrisse non poche poesie sulla rivista dell’associazione, sulla quale scrivevano anche importanti poeti e prosatori italiani e stranieri, soprattutto latinoamericani. Riporto alcune delle sue poesie, che danno l’idea di quanto egli fosse poeta fino in fondo. Le traggo dal «Collettivo R “Atahualpa“», gennaio 2001 – agosto 2002, pp. 45-50 e dal «Collettivo R “Atahualpa”», gennaio-aprile 2008, pp. 27-29):

«CASTRO// In opulenta casa coloniale/ come antico sicario di regine,/ tra chitarre e sbornie mattutine,/ ho amato una venere esiziale.// Girando per il campo di Minerva*/ l’ultimo sole ho visto proiettato/ su templi soggiacenti al pergolato/ che innaffia giornalmente ignara serva.// Febbricitante dietro rocca gialla/ è apparsa, ispanica, la verde luna/ in ondeggiante volo di farfalla.// Non so di quale spiaggia io cerchi duna,/ però di vivo asfalto ancora il nastro/ mi spinge, misterioso, verso Castro.// * Per i Romani questo paese si chiamava Castrum Minervae».

E ancora:

«HORROR VACUI N. 10// Cosa manca al vento postmoderno/ per produrre giochi che assomiglino/ al fragore d’un viaggio senza senso/ al trotto d’un cavallo imbizzarrito/ alla notte d’una ragione persa/ all’alba d’una musica fottuta?// Come selvaggi abbiamo consumato/ note, balconi, vino, cornamuse/ divertendoci oppure perdendo/ quel poco di sex-appeal guadagnato/ in ore e ore di sane, feroci/ discussioni sul sesso degli angeli.// Quando rubarono il sole agli studi/ controvoglia e senza riparo certo/ navigammo altrove sconsolati/ portammo guerra alla pace finta/ vigliacchi amori sconci ereditammo/ e ingenui partorimmo un nuovo mondo.// Perché il tempo non si è innamorato/ d’un vento volato all’impossibile/ sogno di un’età dell’oro? Perché/ l’amore è diventato merce rara/ se non come bandiera di vittoria/ sul ponte d’una nave mercenaria?// Cutrofiano, 7 aprile 2001».

E ancora un’altra:

«HORROR VACUI N. 1// Non ho parole per bloccare il tempo/ e più nemmeno sogni da disperdere,/ canzoni non ho più alla bisogna,/ né versi nuovi per illuminare/ sentieri già percorsi in altro tempo,/ non ho un tenero amore da ingannare,/ che solo dona senso all’esistenza,/ né intravedo stagliarsi all’orizzonte/ colori che mi diano sicurezza.// Non faccio parte dell’enorme schiera/ di anime vigliacche e peregrine/ che a uno stormir di rami senza spine/ rende l’armi, l’onore e la bandiera.// Non brindo a chi pesta la speranza,/ non do feste svendendo la poesia,/ non interrompo, vile ipocrisia,/ chi crede sia la vita solo danza.// Vivo da vari anni alla giornata/ e non mi chiedo se sia bene o male,/ in un amore finto, rozzo o bello/ cerco quel che è lecito cercare:/ simbiosi di sostanza passeggera,/ concreta voglia d’amorosi sensi,/ materia che si posa in uno sguardo,/ tempo senza tempo, gioco e azzardo.// Giammai però nascondo il mio passato,/ né taccio sulle mie contraddizioni,/ vìolo forse alcune condizioni/ fissate da un presente squilibrato,/ che porta l’acqua ad un mulino rotto/ da tempi mascherati d’innocenza/ e da vascelli senza più timone. Ho pazienza, ma questo gioco storto/ non mi vedrà di certo testimone/ d’una sconfitta cieca e senza nome.// Cutrofiano, 18 aprile 2001».

E un’altra ancora:

«CHERONEA// Avevamo battuto palmo palmo/ l’interno e il litorale,/ non si udiva più il suono dei tamburi/ affondati nel mare,/ eravamo ubriacati dai ricordi/ tra glicini e tonnare,/ discorrevamo sul suono del vento/ in mezzo a ulive e bare.// Quando combattemmo pensando al sole/ trovammo rami secchi,/ nutrire compagnie d’arcieri svelti già diventati vecchi,/ falangi di fantasmi senza nome/ incartapecorite,/ le nostre fila erano gagliarde/ al ritmo dei tamburi.// Conquistammo a buon prezzo la vittoria/ ma fu brezza d’aprile, / ci trovammo su suolo ingravidato/ da sangue mercantile,/ prendemmo donne, armi e verità/ di un’invitta stirpe,/ giacemmo al suolo esausti, senza vita,/ sconfitti da una serpe.// Dopo anni marcati d’illusione/ ritornavamo a casa,/ avevamo nel cuore una canzone/ e un suono di tamburi,/ per questo battevamo palmo a palmo/ al vento dell’Oriente/ paesi, coste, montagne e città.// Ma ci ritiravamo,/ più non c’era quel tempo di marea/ che aveva dato vita a Cheronea.// Cutrofiano, 28 aprile 2001».

E poi,  e ancora…:

«BIGLIE DI MEMORIA// Notte d’aprile, vento araucano,/ delirio Atahualpa, sole amputato:/ sogni d’altri sogni, chitarra de punteo,/ e yo tengo tantos hermanos que non los puedo contar.// La tristezza a volte spezza coralli,/ ma il mare li ricostruisce:/ la noia uccide i sogni,/ ma la memoria li rianima;/ «LA LAMPA (è una specie di lucerna ad olio che arde giorno e notte davanti a immagini sacre dei defunti di famiglia. Ricorda e, probabilmente, continua il senso civile e religioso degli antichi romani che onoravano i Lari e i Penati.// “Sé que una cosa no hay. Es el olvido; sé que en la eternidad perdura y arde lo mucho/ y lo precioso que he perdido: esa fragua, esa luna y esa tarde“, J. L. Borges, Ewigkeit// Noi abbiamo tanti morti,/ arrivano da molto lontano:/ sono precisi, parlano piano,/ e decidono le sorti/ di uomini dritti o storti,/ di fanciulle che piangono invano,/ di sterpaglie, fieno o melograno/ del sanare dritti e torti.// Pensiamo d’essere forti,/ ma trovandoci di fronte al grano/ non sappiamo dire perché è strano/ rivangare terre e sorti/ che maledicono corti/ pomeriggi, afa d’un pantano,/ voli fastidiosi di tafano/ giochi dalle nebbie sorti.// Così non ci siamo accorti/ dell’antico lume quotidiano/ di memorie fedele guardiamo». il finale nessuno lo conosce/ e, forse, è segno di fortuna.// Piange l’ulivo quando pena/ nelle notti di misteriosa luna piena;/ ride il cavallo al galoppo/ se è guidato con sapienza e amore;/ vola la rondine al nido e poi più in alto/ niente la ritiene:/ è anima che sale al vento/ e niente più.// Notte d’aprile, sapore d’oriente,/ singhiozzi spezzati e sangue innocente,/ urla di rabbia passata il silenzio/ e sa, rosario di musiche lontane,/ che il giusto tempo non concede spiragli.// Cutrofiano, primavera 2006».

«VISIONE// “Ci sono donne che fanno dolere il petto quando si contempla la forma esatta e contenuta delle loro carni, donne che basta che ti guardano perché la pedata di piombo ti spezzi lo sterno e una dolce asfissia ti impedisca di pensare all’esistenza dell’aria. Ma talvolta a loro basta esserci, apparirti davanti senza darti tempo per analizzare le ragioni; è la loro presenza, il loro essere al mondo ciò che svuota il tempo e lo spazio, che sparge l’angoscia essenziale, la prima angoscia del primo uomo che si sentì chiamare dalla prima donna“// Manuel Vázquez Montalbán in Il labirinto greco (Feltrinelli, 1999)// Quando guardo altrove e vedo occhi senz’anima,/ quando cammino tra alberi d’olivo solitario,/ quando testardo cerco il filo dell’orizzonte,/ quando bevo un caffè morto di sonno e di fatica,/ quando lascio la speranza senza più vita:/ ecco il momento del tuo viso d’oro.// Nel mio infinito naufragio di sogni/ ho trovato l’isola della tortuga:/ non so quale sia l’approdo giusto,/ ma il cuore batte e la testa dice cose/ che non è bene riferire subito.// Quando arrivo in un certo luogo/ vivo un attimo eterno di smarrimento,/ tu lavori e io contemplo il tuo sguardo,/ ti cerco come aria che riempie,/ come sole che illumina strade deserte,/ come scoglio in aperto mare.// Quando incontro con aria clandestina una donna,/ è te che spero di scrutare,/ dall’angolo più remoto del locale/ attendo un segno che sia piuma d’angelo,/ invito a un più profondo dialogare/ fra occhi che parlano di paradiso.// Nel mio infinito naufragio di sogni/ ho trovato un sorriso musicale,/ non so cosa fare con te essere diafano,/ ma il cuore batte e la testa dice:/ cantale una canzone a tarda notte.// Quando con gli amici bevo fino all’alba/ e nel sole cerco un volto/ ecco apparire la tua figura proiettata/ con movenze di danza senza tempo,/ capelli che riempiono l’aria d’altro senso,/ d’altro passato, d’altro presente, d’altro futuro.// Quando abbraccio il mondo con lo sguardo/ e vedo il brutto, il tragico, lo schifo,/ penso alle tue mani laboriose,/ rosse nell’acqua, tra i bicchieri,/ e dico: oggi è giorno di fortuna,/ la nostra Dea è scesa dalla luna.// Nel mio infinito naufragio di sogni/ ho provato una vertigine di tempo,/ ho quasi azzerato l’esperienza:/ con un sospiro vorrei ricominciare/ con te una vita dove inizia il mare.// Cutrofiano, autunno 2006».

«PER ECCESSO, A DISPETTO O PER EFFETTO// “Strappare il reale al principio di realtà./ Strappare l’immagine al principio di rappresentazione./ Ritrovare l’immagine come punto di convergenza tra la luce venuta dall’oggetto e la luce venuta dallo sguardo“// Jean Baudrillard// L’accumulo di sogni e desideri/ c’invia, per eccesso, in un deserto/ popolato da sterili miraggi:/ evaporano corpi fra le sabbie/ e volti solitari nel display,/ castelli arditi crollano di schianto/ come oasi, oggetti d’illusione.// Recitiamo, sospinti dal copione,/ la parte che ci è stata destinata,/ poi una domanda esplode nella testa:/ cos’è realtà e storia e finzione?/ Ognuno si ritira annichilito/ nel proprio campo senza più risposte/ e spegne rassegnato la visione.// Ma a volte a dispetto o per effetto/ di ciò che riteniamo impropriamente/ farina di un inganno universale,/ vale a dire il mondo virtuale,/ può scaturire un fatto somigliante/ al naso di Cyrano e alla sua spada/ che dell’amore fu vittima e sfida».

«CANTO ESSENZIALE// Quando la luna piena sarà tramontata,/ su una spiaggia antica quanto il mondo/ davanti a un tempio dorico rinato,/ canterò una canzone senza fine,/ senza testa né coda, senza clamori: ho in mente/ il volto di una donna che mi adora,/ un volto di quelli che lasciano il segno,/ un volto colore di Napoli./ Il mare sembrerà piccolo davanti a lei,/ il sole nascente impazzirà di gioia,/ i sassi balleranno un ritmo sconosciuto/ e i passanti rideranno di gusto per quel gesto/ diventato bellezza sonora assoluta/ nella quiete della notte non più notte./ Poi anche una nave piangerà di commozione».

Ad un certo punto della collaborazione con la rivista italo-latinoamericana, quest’ultima, nella collana «Quaderni di “Collettivo R”» volle dedicare a Roberto una silloge poetica, Tempo sospeso (Firenze, 1999), un bellissimo libro, col quale lo chansonnier salentino fa un omaggio alla sua terra, il Salento, dedicando il libro a suo padre:

            «A un uomo sereno e giusto,/ a un contadino/ e alle sue lotte,/ che hanno permesso a noi/ figli del secondo dopoguerra/ di arrivare dove siamo/ arrivati./ A mio padre Donato».

Roberto Vantaggiato, Copertina Tempo sospeso

Stupenda la sua introduzione, che qui riporto per intero, perché difficilmente reperibile. Scrive:

            «Nell’avvicendarsi delle generazioni sulla faccia della terra l’uomo crea, ricrea e inventa in continuazione. Ama, guerreggia, uccide e ingaggia una lotta con il tempo. Ogni epoca si eternizza come può, cercando di violare i limiti imposti dal corso naturale delle cose. Ma cos’è natura, e vita e morte? È proprio in quest’angolo cruciale che si colloca la poesia. Non è solo questione di scrittura, è “vita che si fa” la posta in gioco, oggi, ieri e sempre./ Esiste una strada a Madrid chiamata Calle Cervantes, s’incrocia con Calle Quevedo ed è parallela a Calle Lope De Vega. Nell’ormai lontano settembre 1984 vi abitai per circa un mese e, per una strana serie di circostanze, fu lì che decisi di scrivere poesie in maniera metodica e ordinata. I motivi del mio “nuovo” agire poetico furono gli stessi del neonato amore per la lingua castigliana: coglievo in quei luoghi un senso della storia che colpisce nel profondo e trasforma un semplice passante o visitatore in testimone di qualcosa che era ed è. Il sogno che abita ogni tempo si ripresenta ogni epoca a coloro che lo vogliono vedere. I sogni, nella loro infinita rappresentazione, fanno sì che Dante sia “l’uomo della porta accanto”, Rimbaud “l’inquilino del piano di sopra” e Cervantes, Quevedo, Lope (appunto) felici incontri in una strada di Madrid./ A Firenze, nel frattempo, avevo amici che della poesia erano intimi. A due di essi devo molto e forse più: a Silvano Guarducci, scomparso ormai da nove anni, lo scavo quotidiano nelle profondità dell’essere imbrigliato nei travagli della storia; a Luca Rosi, fratello maggiore d’un “io” separato tra due mondi, l’incoraggiamento al “ricercare”, nonché decine di piacevoli concerti… “in mezzo a tanti smemorati… padroni di miserie”, come lui stesso ebbe a scrivere in anni entrati già da tempo nel nostro tessuto esistenziale./ Nel mio inquieto andare ho avuto molti “padri”: non so se li ho uccisi, di certo li ho ascoltati, forse compresi, a volte aspramente criticati. Sempre, però, ho cercato la mia strada, pagando quel che è giusto. “Caminante no  hay camino, se hace camino al andar” scrive don Antonio Machado: così è per me. Le mie poesie sono segni piccoli ma inconfutabili di un passaggio che mai fu indolore, inerte o, quel che è peggio, indifferente. Sono parti semplici o difficili, avvenuti in quei momenti che alcuni definiscono “di grazia”, altri “illuminazioni”, altri ancora “ispirazioni”./ Il tempo per me è passato “senza passare”: ho vissuto l’umano e il disumano con coscienza, illuminando o lasciandomi abbagliare dal meglio che ha prodotto l’animale uomo; vi sono giardini incantati e abissi terribili nel suo cuore. Ogni epoca storica promuove i propri. Ai poeti il compito di riconoscerli e tramandarli. Poca cosa è un disegno politico senza la piena coscienza dell’umana condizione e del suo eterno, meschino, grandioso dibattersi dietro qualcosa che è più forte di lei. Il mare è dunque la nostra prima e ultima metafora e la morte l’amico-nemico perenne./ Certo, il mondo del 1997 è “complesso”, l'”economia globale” riempie le prime pagine dei giornali, la comunicazione avviene in “tempo reale” e la cultura “di massa” occidentale fatica a ritrovare le sue radici. Velocità è il nostro pane quotidiano, effimero il nostro rapporto con la memoria e l’unica modalità del tempo è il presente. Le utopie sembrano scomparse dall’orizzonte di questo fine millennio omologante (anche se Ernesto “Che” Guevara continua a campeggiare nell’universo simbolico giovanile) lasciando il posto a tecnologiche realtà virtuali sostitutive di sogni e bisogni un tempo proiettati nel futuro. Quale tempo resta da vivere all’essere senza identità, in divorzio permanente dal senso delle cose, naufrago nel mare magno delle merci assurte a simboli assoluti dell’umano divenire?/ La poesia, nella sua accezione più ampia, ha molto da dire a questo riguardo, proprio perché essa appartiene al tempo che l’ha prodotta: il poeta e il folle – per dirla con Foucault – sono due facce della stessa medaglia, guardano al reale da un punto di vista altro cogliendo nessi e somiglianze che sconvolgono i facili schemi di lettura del presente. Il poeta svincola il linguaggio dall’abuso e dall’usura proiettandolo in uno spazio trasversale al tempo e dunque sovversivo. Si aprono così spazi di libertà dove le parole e le cose, affrancate dall’univoco bagaglio del contingente, si richiamano a vicenda creando un senso della storia “a tutto tondo” che obbliga l’animale uomo a una rilettura del percorso avventatamente chiamato “civiltà”./ Questo libro è dunque un prodotto perennemente acerbo, non ha inizio, né fine: registra il tempo ed è fuori dal tempo. Perciò reca date. E luoghi. Ha come colonna sonora immaginaria e forse necessaria musiche spagnole ed africane, canti dell’America Latina e della mia piccola patria salentina, ballate celtiche e suoni di ogni strada del mondo in ogni tempo. Sapendo che tutto è definitivo e niente lo è.// Roberto Vantaggiato, da Fucine di Ossana, 28 ottobre 1997».

Ecco anche l’indice del libro, che va da meraviglia in meraviglia, di poesia in poesia, di bellezza in soavità, di canto in incanto:

«Poema della danza nell’acqua, Ovest, Treni, Venti di Spagna, La giostra, Tutto si tiene, A notte fonda, Stanze, E venne l’usignolo, Fabula, Notte di San Giovanni senza luna, Come un rosario, Due sedie e un’allodola, Scogli e sonagli, “Foresta”, Diario senza storia, Senza più sirene, Nardò, San Cesario, Verso Candia, Ficodindia, Stella della notte che non risponde (Uluzzu e dintorni: sonetto impuro), La nostra età, “Picaro”, Sarajevo, Sternatia, Castro, Viaggio (mancato) nel mare notturno, Di altre Suzanne su altri fiumi, Claritas, Sotto la baia, Tra agonie e dirupi, Serranía marina, Il cammino del serpente, L’evento (su Morte a Venezia di Luchino Visconti), Simpatia (Odissea n. 1), Analogia(Odissea n. 2), Aemulatio (Odissea n. 3), Convenentia ( Odissea n. 4), Toccata e fuga (Odissea n. 5), Welcome (Odissea n. 6), Imperfetto (Odissea n. 7), Primavera quasi come a Papeete (Odissea n. 8), Paradossi (Odissea n. 9), Roma 1997, Horror vacui n. 2, Mare Nostrum, Morlusenn, Acqua e fuoco, Maree, Fiori secchi)».

Se si legge bene questa filastrocca, non è difficile accorgersi che si tratta di una poesia per titoli. Sullo stesso volume Roberto si era scritto un auto-profilo. Questo:            

«Roberto Vantaggiato è nato a Cutrofiano (Lecce) nel 1956. Ha studiato presso le Università di Pisa e di Firenze laureandosi in materie letterarie nel 1981. Da sei anni insegna nelle scuole medie del Trentino. Collabora con la Lega per i diritti dei popoli. In campo culturale si è espresso soprattutto attraverso la musica. Le culture popolari, in special modo ispanoamericane hanno influenzato e ispirato il suo lavoro creativo. Collabora con “Collettivo R” dal 1982 e con l’Associazione “Atahualpa” fin dalla sua fondazione, nel 1994. È autore, tra l’altro, di molte canzoni di forte impegno poetico-sociale e politico. Tra i suoi scritti ricordiamo, in particolare, il saggio Il «tema negro» in Nicola Guillen (Palaver, Lecce 1990)».

Dal volume traggo due poesie che Roberto sapeva quanto mi piacessero. Eccole:

«MARE NOSTRUM// “Esta costas son hijas del mar, le partenecen y viven de espaldas al interior. La unidad del mar funda la idendidad de las costas fronteras“// José Ortega y Gasset, da Meditaciones del Quijote, 1914// In questo mare, lo stesso d’Albania,/ ho pescato i pesci migliori,/ ho letto i versi più arditi,/ ho mosso i primi passi./ Per voi è altro,/ ma altro non è nulla: è senso delle cose/ viste da altri punti.// Lecce, 10 luglio 1997» (da Tempo sospeso, p. 64).

«NARDÒ// “Per quanto mi riguarda, più importanti ancora che per lo spirito l’incontro di certe disposizioni di oggetti, mi appaiono le disposizioni di uno spirito nei confronti di certi oggetti, se è vero che queste due specie di disposizioni reggono da sole tutte le forme della sensibilità”, André Breton// La notte investe con il suo lamento/ catene floreali ormai sbiadite,/ palme, balconi gialli e inaridite/ chiese perdute al culto e già nel vento.// Ricami levigati, segni d’aria,/ silenzio chiama in vita colonnati,/ servi, padroni, bari e ossessionati/ visitatori in festa solitaria.// Chi mi dirà cos’è il tempo sospeso?/ Canzoni e anime tristi sugli altari/ diroccati in periferie distrutte?// Oppure amici sconosciuti e ignari/ e donne belle, impudenti o brutte/ che giocano la vita senza un peso?// Lecce, settembre 1992 – Tesero, maggio 1993».

Al libro di Roberto, là per là, il suo grande amico latinoamericano Luca Rosi, fondatore e presidente dell’Associazione Culturale «Atahualpa» di Firenze non aveva dedicato alcunché. Poi, a cavallo degli anni 1998 e 1999, scrive un testo riparatore, uno dei più belli (Percorsi della memoria, del tempo e dello spazio in Roberto Vantaggiato) che lo chansonnier salentino avesse mai ricevuto. Questo:

«Il poeta svincola il linguaggio dall’abuso e dall’usura proiettandolo in uno spazio trasversale al tempo e dunque sovversivo. Si aprono così spazi di libertà dove le parole e le cose, affrancate dall’univoco bagaglio del contingente, si richiamano a vicenda creando un senso della storia “a tutto tondo” […]». Così Roberto Vantaggiato nella prefazione a questo suo primo libro di poesie, Tempo sospeso, del quale dice, inoltre, è “un prodotto perennemente acerbo, non ha inizio, né fine: registra il tempo ed è fuori dal tempo”. In queste parole si può forse cogliere il senso più profondo della poesia di Vantaggiato, la quale si snoda lungo percorsi geografici e storici che sembrano “sospesi” nel tempo, in quel “tempo sospeso” che è la memoria degli uomini e delle loro vicende, unico tempo reale, perciò storico e non soltanto cronachistico./ Il nostro poeta sa di essere figlio “del secondo dopoguerra”, di aver percorso un itinerario non sempre facile, pieno di dolori e di lotte, quelle lotte alle quali suo padre, “uomo sereno e giusto”, contadino del Salento, ha dato il suo apporto e nelle quali il figlio, che dice di aver avuto oltre suo padre anche “molti padri”, non solo individua le sue radici, ma una strada – la sua strada – che lo ha portato al “bisogno” della poesia, oltre tutto il resto. Sempre nella prefazione si legge: “Poca cosa è un disegno politico senza la piena coscienza dell’umana condizione e del suo eterno meschino, grandioso dibattersi dietro qualcosa che è più forte di lei”. Quel “qualcosa” è, appunto, la poesia: il senso ultimo, metafisico e metastorico della condizione umana la quale, altrimenti, sarebbe mera merce di scambio, puro e semplice baratto tra l’essere e l’avere. Da qui la felice intuizione di un verso della poesia Nardò che così recita: “Chi mi dirà cos’è tempo sospeso?” (p. 31)./ Importante non è tanto saper rispondere a questa domanda quanto porsela. Infatti, la poesia sospende il tempo della storia e si fa storia essa stessa, decantata attraverso il filtro della memoria e il vaglio dei valori delle cose e degli eventi, dei loro amori e umori, dei dolori e delle gioie, ora trascendenti ora piccoli e minuti, testimoni di un cammino che il poeta ha percorso con saggezza, avendo raccolto l’alto insegnamento del grande Antonio Machado il quale, nel suo Campos de Castilla (1907-1917), aveva scritto: “Caminante, son tus huellas/ el camino, y nada más/ caminante, no hay camino,/ se hace camino al andar […]” (Proverbios y cantares, XXIX)./ Vantaggiato esplicita questo suo “debito” machadiano non solo ricordando quei versi, ma affermando anche che le sue poesie “sono segni piccoli ma inconfutabili di un passaggio che mai fu indolore, inerte o, quel che è peggio, indifferente”. Ecco, a nostro avviso, un’altra chiave di lettura delle poesie di questo poeta mediterraneo solare e lunare insieme, marino e terrestre, epico e onirico, lirico e drammatico, antico e moderno (non a caso oltre al verso libero egli frequenta con passione e ottimi risultati il sonetto e la rima), disperato e al tempo stesso fiducioso./ Avendo citato Machado, vogliamo ricordare un altro suo scritto (Poética, del 1931), dove così conclude: “Inquietudine, angoscia, timori, rassegnazione, speranza, impazienza che il poeta canta, sono segni del tempo e, al pari, rivelazioni dell’essere nella coscienza umana”./ Le poesie di Vantaggiato sembrano emergere dalla coscienza di questa constatazione machadiana e dimostrano quanta parte abbiano avuto nella sua formazione poetica Machado e la poesia spagnola, da quella del siglo de oro a quella contemporanea, passando però attraverso una visitazione altrettanto forte e sentita: quella di Pablo Neruda; più il Neruda di Estravagario e del Memorial de Isla Negra che non delle Residencias o del Canto general./ Entro tali riferimenti e in questa ottica (che non dimentica altri “padri”, quali Vittorio Bodini, per dirne uno), ci pare doveroso citare alcune poesie, tra le tante, che ci hanno colpito per la loro forza catartica e liberatoria: La giostra, E venne l’usignolo, la già ricordata Nardò e la serie di sonetti dedicati a piccole località salentine (San Cesario, Sternatia, Castro), fino alle Odissee, quasi tutte con dedica e accompagnate da citazioni da Le parole e le cose di Michel Foucault che ne ampliano il senso e i “richiami”./ Altro elemento ricorrente è il mare. “Il mare è dunque la nostra prima e ultima metafora” dice il poeta. A volte metafora storica (Mare Nostrum), a volte richiamo d’altri mondi: i mondi mitici di Paul Gauguin e della sua Polinesia, come in Paradossi (Odissea n. 9) oppure delle maree brumose di una piccola località Lostmarc’h) della Bretagna, dove “il mare si ritrae/ e lascia intravedere i suoi domini/ afferrabili come desideri” (Morlusenn, p. 65)./ Una prova più che convincente questa raccolta di Vantaggiato che ci auguriamo, il lettore vorrà e saprà leggere come un percorso della memoria, del tempo e dello spazio e che, insieme al poeta, gli faccia desiderare di possedere l’impossibile (“perciò canteremo e sveglieremo per l’ultima volta/ “il signore del giardino fatato”, Welcome (Odissea n. 6), p. 55), felice di poter dire: “Era tempo pervaso d’utopia,/ suoni urlati al cuore delle cose,/ segni d’amore, rabbia e fantasia» (Verso Candia, p. 33). Luca Rosi».

Ecco. Non so se sono riuscito a sdebitarmi col mio grande amico e compagno Roberto Vantaggiato. So solo, e qui non mi vergogno, che ho scritto di getto questa nota d’affetto, una volta ritiratomi, affranto e disperato, dal cimitero di Cutrofiano, dove ora riposano le spoglie del mio caro Roberto.

Roberto Vantaggiato con la sua chitarra

Roberto Vantaggiato

A PROPOSITO DI TOTO’ FRANZ

«A questo punto/ cercate di non rompermi i coglioni/ anche da morto./ È un innato modo di fare/ questo mio non accettare/ di esistere»

Salvatore Toma, dal Canzoniere della morte (Einaudi, 1999)

L’uomo Totò Toma era fragile (come tutti del resto), sensibile, “vero”, verosimilmente inadatto a vivere in una città come Maglie;  l’«indio» Totò Franz era invece il contrario: forza di carattere, “panismo” esasperato, voglia di vivere “totale”, radice umana che sempre emerge nei percorsi labirintici di solitudini coatte. Il primo era stato sconfitto prima di cominciare a combattere, il secondo avrebbe distrutto il mondo per farne uno a sua misura. Quasi come gli Dèi.

Dèi: parola semplice, eppure piena di tali riferimenti da far tremare le vene ai polsi solo a pronunciarla. Il fatto è che l’uomo, quando non trova più risposte «qui e ora» ai suoi estremi quesiti, sempre si rivolge ad un “ente supremo” (o presunto tale), vuoi per le cose di ogni giorno, vuoi per ciò che forse non è dato sapere. In genere senza esito. Perché la risposta è negli uomini e deve essere trovata fra gli uomini.

L’uomo Totò Toma non si è rivolto a nessuno. E in ciò consiste il suo immenso merito. In una certa misura lo fa Maurizio Nocera con l’intento più nobile che ci possa essere. Maurizio era amico fraterno di Salvatore Toma e lo conosceva bene; lo stimava, lo amava, ne aveva fatto persino un simulacro (assieme ad altri adoratori). Per lui Totò era l’incarnazione vivente dello “spirito” di Magna Mater Salento, la quintessenza demiurgica delle possibilità di vendetta concentrate nella “parola” («in principio era il verbo»). L’«indio» scardinava montagne, allevava uccelli rispettandoli, viveva su una quercia, scagliava come Giove strali ardenti metamorfici, sprezzanti, corrodenti, contro quel mondo di ipocriti mediocri, morti viventi senza coscienza e dignità. La sua «potenza di fuoco» era immensa. Però, siccome ogni essere è figlio della Storia, nessun Dio si presentò all’appello.

L’uomo ha partorito (assieme agli Dèi) anche una «Età dell’oro»: un tempo “giusto”, un regno d’abbondanza e gioia, senza dolore, sfruttamento, miseria, ingiustizia e quant’altro, insomma ciò che di meglio madre natura potesse procurare al riparo da fatiche e tribolazioni. Maurizio lo situa all’interno del mondo precolombiano (per l’America); in un tempo pre-storico, volutamente mitopoietico, per il Salento. Da qui l’analogia: Totò Franz (salentino emarginato, poeta della natura «pura e incontaminata», ribelle volontario e perciò demiurgo, anima desolata e vittima designata, ma insieme dionisiaco, orfico e figura panica) = Indios (popoli amerindi colonizzati, sfruttati, schiavizzati, ma non per sempre sottomessi, portatori di un “naturale” riscatto, frutto di dignità mai perdute malgrado i rovesci della storia). Da qui l’accorato invito alla rivolta contro un mondo che ha “disfatto” l’uomo, le cose, la natura. Apparentare l’America e il Mediterraneo diventa dunque semplice: Totò Franz come Atahualpa (e, per estensione, il popolo salentino come gli indios).

Questa proiezione, pur suggestiva sul piano mitopoietico, non è accettabile su quello storico e tantomeno è condivisibile, perché autorizza “consacrazioni” super partes che non hanno senso alcuno, visto l’oblio delle classi dirigenti salentine (responsabili, a tutti gli effetti, del mancato aggancio alla “modernità” e del declino sociale consumato sulla pelle di centinaia di migliaia di emigranti nel corso del Novecento – per non parlare dei poveri cristi mandati al macello di due guerre mondiali) verso personaggi (tipo Totò Franz) che la concezione gattopardesca del mondo esclude “a priori” dal consesso civile (a meno che non siano sepolti e perciò innocui).

I cimiteri salentini straboccano di poeti. Salvatore Toma non è morto suicida. Lo sanno bene tutti coloro che conoscono Maglie e la realtà salentina in generale: è morto (e con lui tanti anonimi disgraziati) di quella “morte lenta” (come diceva Fabrizio De André sulle note di George Brassens) a cui condanna una certa specie di individui innamorata del proprio particulare o della roba (tanto per scomodare i mostri sacri della letteratura italiana), quella speciale genìa di persone con tanto di pedigree familiare che affonda le radici in una mentalità controriformista tanto dura a morire, quanto invisibilmente presente tra noi.

Costa molto dirlo, ma il Salento è terra di rassegnati: l’ultima volta che le nostre genti (i mai tanto di moda Messapi) «hanno alzato la testa», tutte insieme e in modo deciso, è stato contro Roma. Dopo, il nulla. Adattamenti, di volta in volta opportuni, hanno marcato il cammino di questo popolo nei secoli. Lotte sporadiche, anche se eroiche, non hanno inciso alcunché nel già deciso organigramma sociale e politico di questa terra. La Storia si è dimenticata (giustamente) di noi. I giochi si facevano (e si fanno) altrove. E così i ribelli di ieri e di oggi hanno dovuto fare un tuffo nel passato remoto per trovare quei riferimenti ideali e viscerali che nella storia recente mancano o, nella migliore delle ipotesi, vi figurano come comparse di provincia. Perché, alla fine dei conti, i tipi come Bodini, Comi, Pagano, Salvatore Toma, Antonio Verri e altri emeriti, ma non per questo meno importanti, sconosciuti, sono l’eccezione e non la regola in un mondo che non ha nulla da invidiare a quello espresso da Tomasi di Lampedusa: l’inossidabile grumo di conformismo, arretratezza economica, religiosità da quattro soldi, sfruttamento bestiale, repressione sessuale, fatalismo, corruzione, malavita organica al potere, familismo, nepotismo (e chi più ne ha più ne metta) dà la certezza che nella nostra realtà tutto continuerà «come prima», malgrado le strabilianti (ma innocue e, anzi profittevoli) novità introdotte dalla cosiddetta rivoluzione tecnologica. Bene ha fatto perciò Maria Corti a titolare l’antologia poetica di Toma, pubblicata da Einaudi, Canzoniere della morte, perché, se proprio vogliamo, è l’unica maniera di rappresentare l’uomo Salvatore ed il Salento, moribondo da secoli in un sol colpo.

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